Energia e Ambiente
Un governo all’Ombra
Una conferenza stampa lunga, dove i silenzi sembrano aver pesato più delle stentate parole.
Il presidente del consiglio Monti ieri , con la sua chilometrica conferenza stampa, non ha rafforzato la prospettiva di un rilancio competitivo dell’economia italiana. Troppe le reticenze e le omissioni.
Davvero sconcertante, in un economista concreto del suo profilo, che piacerebbe come genero ad ogni massaia tedesca, come lui stesso si è voluto definire, l’ammissione che fino ad ora non ha ancora valutato la possibilità di trattare con la Svizzera le forme dei rientri dei capitali fuoriusciti. Come invece Germania e Inghilterra hanno già fatto, ricavando introiti fiscali per alcune decine di miliardi di Euro.
Dal cilindro del governo, come segnale di una manovra espansiva, sono uscite solo la riforma delle pensioni, che per almeno 5 anni poco cambierà negli assetti finanziari del paese,e una revisione del catasto che alzerà comunque la pressione fiscale indiscriminata.
Comunque erano due passaggi che andavano affrontati. Ma il resto? E sopratutto dov’è un’idea forte, accelerata , concreta e praticabile per triplicare in tre anni l’incremento del PIL?
Non a caso il silenzio sulla crescita è pari alla rimozione del tema ambientale, e specificatamente della questione energetica.
Nemmeno la benzina a 1,750 ha smosso le acque. Indifferenza anche per le minacce libiche di rivedere gli accordi di fornitura di gas e petrolio, o per i rischi sul prezzo dei derivati petroliferi che potrebbero esplodere con una probabile crisi militare Americo-Iraniana.
Insomma nemmeno l’emergenza smuove la montagna di indecisione del governo.
L’energia è oggi l’unica reale leva che può rimettere in moto il paese. Si tratta esattamente dell’equivalente delle autostrade alla fine degli anni ’50: un’infrastruttura che guida e da forma al sistema di sviluppo del paese, con moltiplicatori sull’indotto, culture e comportamenti sociali diffusi, modelli di fruizione pervasivi.
Su questo tasto stupisce anche il silenzio dei residui di critica e controlli parlamentari. Nemmeno le forze che esibiscono un’opposizione truculenta, e in larga parte ingiustificata visto la loro recente esperienza governativa, sfiorano il tema. E del resto come potrebbero i partiti che hanno appoggiato il decreto Romani alzare il sopracciglio di fronte all’inerzia del governo sulle misure energetiche.
Uno sprazzo di speranza ci era venuta all’indomani della chiusura della conferenza internazionale di Durban sul clima, dove il ministro Clini aveva con forza difeso la leadership italiana per un impegno concreto alla modifica di pratiche e di consumi che stanno uccidendo il pianeta. Lo stesso Ministro dell’Ambiente, qualche ora dopo la chiusura di Durban era volato a Firenze, dove si teneva il meeting internazionale delle città del mondo, per lanciare una sfida di alto profilo: se gli stati sono sordi, le città non potranno ignorare le condizioni di vita concrete e con esse noi vogliamo rilanciare la sfida per un ambiente salubre e competitivo.
E’ questo il cuore di un progetto che andrebbe fatto vivere dal governo: un grande piano che facendo leva sulle città italiane,avvii progetti di riconversione tecnologica dei sistemi energetici, sulla base delle nuove forme sociali ormai diffuse dalla rete: autoproduzione e scambio di energia rinnovabile sui tetti dei condomini.
E’ una rivoluzione che abbiamo già visto nel campo della comunicazione, con il passaggio dal calcolatore al personal computer e poi ai socialnetwork cooperativi.
A spingere questo processo è la stessa legge di Moore, che ha reso l’informatica distribuita un fenomeno che periodicamente moltiplica la potenza e riduce i costi. Già oggi, tutti i più accreditati, ed indipendenti, centri di ricerca ci spiegano che il costo del kilowattore fotovoltaico è già competitivo con le fonti fossili e fra tre anni sarà straordinariamente conveniente, versatile e gestibile.
Cosa pensa il governo Monti? È possibile legare gli investimenti previsti dal Cipe e pianificati dal nuovo ministero della coesione nazionale ad un piano di connettività energetica, che parallelamente alla banda larga immetta in una rete virtuale di micro produttori di energia gradualmente le periferie di 50 città italiane e successivamente di altre 500?
Non potrebbe essere questo uno di quei progetti che ci vengono sollecitati da grandi investitori, come ad esempio il costituendo fondo cinese per gli interventi industriali in Europa?
Sosrinnovabili, insieme agli Innovatori Europei, ha lanciato un cantiere rinnovabile, un manifesto per l’economia fotovoltaica, con alcune proposte concrete. Fra queste anche l’istituzione di un fonso immobiliare che valorizzi il risanamento ambientale dei territori metropolitani, investendo sull’incremento del valore degli immobili e delle attività di servizio che deriverebbe. Dall’abbattimento dell’uso di combustibili fossili.
La cassa Depositi e Prestiti non potrebbe essere il volano di una grande alleanza fra comuni, fondazioni bancarie, centri di ricerca universitarie per avviare, esattamente sullo schema che la Cassa sta seguendo per la banda larga, piani di intervento territoriali, che sostituiscano spese per combustibili fossili e risanamento am,bientale con investimenti per il fotovoltaico?
Proprio Jeremy Rifkin, il grande esperto dell’economia rete, consulente dell’Unione Europea, qualche settimana fa in un ‘intervista al Corriere della sera parlò dell’Italia come dell’Arabia Saudita del sole. Gli stessi cinesi non si capacitano come un paese come il nostro ancora esita ad impegnarsi profondamente nell’unica materia prima abbondante, disponibile e moderna, che ha sopra la sua testa. Quanto possiamo aspettare ancora all’ombra di un’inerzia che potrebbe rivelarsi fatale, oltre che non spontanea?
Salvatore Margiotta (PD) from Durban: Italy’s new government’s green plans
Durban: Un atelier del solare per sopravvivere alla Cina
di Gaetano Buglisi e Michele Mezza (sosrinnovabili.it)
Abbiamo un orizzonte e una ragione per dare finalmente sostanza alla cantilenante lamentosità della crisi della politica: arrivare forti e puliti al 2015. E per chi, come gli Innovatori Europei , si interroga sulle fondamenta dell’attuale offerta politica, si profila una grande chance: dotarsi delle competenze necessarie, intercettare gli interessi coinvolti, organizzare una proposta politica adeguata.
Il 2015 è la data entro cui bisogna impegnarsi a rinnovare un accordo forte sul clima, dopo il deperimento del Kyoto Round. E’ forse l’ultima chance del pianeta:tre anni per afferrare la coda del drago del surriscadamento. Poi ci penseranno le profezie dei Maya.
Da Durban, dove si è conclusa mestamente la conferenza internazionale sul clima, esce una tenue speranza più che un’accordo. Tre anni per rinsavire, ha spiegato il ministro dell’Ambiente Italiano Clini.
Ma affiora anche uno schieramento trasversale: Cina ed Europa contro tutti.
Il gigante cinese ha messo sul tavolo 250 miliardi di dollari per investire nei prossimi 5 anni sulle rinnovabili. Non solo, accanto nallo stanziamento dei fonti per l’ambiente, proprio oggi i cinesi fanno sapere di aver armato un fondo sovrano capace di almeno 300 miliardi di dollari per investire nel vecchio continente. Un’opportunità e una minaccia per noi.
L’europa balbetta ma cerca di mettersi in scia. Gli altri, capeggiati dalla miopia americana e dall’inspiegabile remissività di Obama, ottusamente si girano dall’altra parte.
Il punto è: si può usare la crisi ambientale come motore anticilico, rienventando un modello di sviluppo basato sulla rigenerazione dei territori? La Cina dice di si, e si gioca la sua possibilità di prendere la testa dell’economia planetaria: il fotovoltaico come le auto del dopoguerra. Un totem su cui costruire una Chinese way of life.
L’Europa è effettivamente l’unica parte del mondo che avrebbe concretamente possibilità ed interesse a buttarsi a capofitto nel progetto: territori pregiati, esaurimento della spinta manifatturiera, grandi ricchezze private e debolezze pubbliche, consumi saturi e ambizioni di qualità della vita. Oltre che grandi risorse tecnologiche.
Questa è la prospettiva su cui ricostruire un pezzo di una politica non subalterna alla finanza o alla rendita.
In prima linea le città, i territori, gli interessi ambientali, e poi il cerchio della ricerca e del sapere, ed infine la struttura a rete.
Ma il problema non è solo lo sviluppo, è anche l’autonomia:vedere una Cina che muove come un sol uomo, integrando strategia ambientale e capacità d’acquisto mette a repentaglio il senso stesso della sovranità europea.
Fino ad oggi l’occidente si cullava nell’illusione di essere gli unici, anche in una fase di economia declinante, a poter attrarre immasginario e ambizioni degli individui del pianeta. L’american way o life era l’assicurazione contro le tentazioni barbariche, dal totalitarismo comunista all’integralismo islamico. Oggi il fattore H come Hollywood non regge più. La Cina ha capito che deve conquistare l’immaginario, prima della pancia, rovesciando il Marx dell’economia politica, ma applicando alla lettera il Marx dei Grundrisse.
L’ambiente è l’equivalente dci quello che la società dei consumi fluenti fu nel dopo guerra: la grande macchina di conquista ideologica. L’europa deve rispondere. L’Italia deve attrezzarsi.
Ci vuole una politica che reagisca sullo stesso terreno: progettualità, vivibilità, ambizioni e competitività.
Le energie alternative sono la materia prima. La cina propone una grande catena di montaggio delle rinnovabili, L’Italia deve rispondere con Ateliers del solare nelle città delle persone, come dice giustamente il nuovo presidente dell’Anci Graziano Delrio.
Il solare può diventare la stoffa con cui disegnare un modello di vita a misura di un cittadino consapevole, capace e ambizioso. Bisogna alzare l’asticella.L’Italia rimane uno dei paesi più accreditati su questo mercato, come anche a Durban, grazie proprio al ministro Clini, si è confermato: abbiamo saperi, esecutori industriali e interessi culturali esclusivi.
Bisogna tradurre tutto questo in un primato tangibile.
Ci vuole una stagione di straordinaria innovazione di comportamento, piu’ che di prodotto o di processo: il solare come grid individuale, come dotazione sociale dei nostri condomini, insieme alla connettività e alle memorie.
Questa è la materia prima con cui rilanciare uno straordinario artigianato industriale che si integri con la massa d’urto cinese. Qualcosa di simile sta accadendo nel software: i grandi gruppo di Pechino stanno decentrando in Piemonte e nelle Marche le produzione di software per il ciclo dell’auto e dell’elettrodomestico.
Perchè?
Perchè il software, come tutti i prodotti, dopo la fase di massa, reclama una fase di personalizzazione elegante. E noi siamo i più sensibili per integrare individualità e qualità.
Per questo ci vuole una nuova offerta politica che faccia del design culturale uno strumento per ridisegnare i profili di vita e di consumo di un paese miopemente ricco.Le forse ci sono: le grandi città, le filiere del turismo e delle vivibilità, i marchi della qualità, le nuove leve dell’amministrazione competenze, come proprio la città di Delrio, Reggio Emilia, ci mostra.Federiamo i bisogni di qualità e ridiamo forma ad un’economia moderna a rete.
60 anni fa avevamo un problema non dissimile:lo risolvemmo grazie ad una fabbrica a Torino e un’autostrada. Non era di più di quanto abbiamo oggi. E sopratutto non era meglio.
Nani vivi, giganti morti
di Gaetano Buglisi – SOS RinnovabiliFra oggi e domani si gioca la partita dello futuro europeo: Francia e Germania dovranno accordarsi con il buon senso. Ma non basterà recuperare un meccanismo di governo concordato dell’euro.Bisogna cambiare l’idea di Europa basata sulle rendite e proiettarla sui profitti produttivi. Bisogna diventare più ambiziosi, ma anche più rigorosi. A cominciare dal giudizio sulla politica e chi la rappresenta.
Dobbiamo avviare un grande cambiamento e nessuno deve ritenersi troppo piccolo per partecipare da protagonista. La sollecitazione del gruppo Innovatori Europei di avviare una costituente politica basata sui valori della competizione e della sostenibilità energetica potrebbe essere l’avvio di una reazione a catena.
Abbiamo bisogno di nani intraprendenti , perché i giganti sono ormai zavorra.
Siamo alla vigilia di un big bang della politica italiana, che per molti versi è già iniziata. In pochi giorni Berlusconi sembra preistoria e l’antiberlusconismo folklore.
Il tema che abbiamo dinanzi è tutto interno al brand degli Innovatori europei: competizione innovativa e nuova idea dell’Europa. Su questi temi l’offerta politica è inadeguata e inefficace. Contemporaneamente nel mondo si assiste ad un ” contagio”, come lo definisce Loretta Napoleoni (un nome che andrebbe contattato per la crescita politica del nuovo movimento) che porta i ceti produttivi e giovani a staccarsi dalle elites nazionali: primavera araba, risveglio russo, sollevazioni in Spagna e Grecia, irrequietezze inespresse italiane , persino la protesta di Occupy wall street, dimostrano che il bambino dell’innovazione è ormai cresciuto e i vecchi vestiti prudenziali e subordinati delle rispettive classi politiche non bastano più.
Sta crescendo un nuovo senso comune dove i termini competizione, sviluppo, collaborazione e disintermediazione stanno scavando nelle coscienze e nell’economia.
La risposta dei tecnici può essere un modo per guidare la transizione, ma non è un’approdo.
Il contenuto di questo processo è la riorganizzazione di un modello occidentale di vita in un pianeta che conta ormai almeno 5 miliardi di consumatori ambiziosi.
Sostenibilità, accesso, uso, non possesso, equilibrio e autonomia sono le categorie del nuovo.
In giro per l’italia si muovono varie forze carsiche: liste locali, leaders cittadini, comunità culturali, interessi economici alternativi.
Bisogna cominciare a federare il nuovo, proponendo occasioni di connessione e non di irreggimentazione.
Non un partito ma cento partiti attorno ad un’orizzonte: un nuovo modello di vita condivisa e competitiva.
Innovatori Europei, che con Sosrinnovabili ha lanciato il manifesto per un cantiere rinnovabile, che si propone come pretesto di questo processo potrebbe essere la pietra del Balilla.
La galassia professionale e imprenditoriale del mondo delle energie rinnovabili ormai da tempo ha maturata il bisogno di nuovi interlocutori istituzionali, e sopratutto di nuovi orizzonti strategici: non ci basta strappare qualche sussidio in più, l’energia deve diventare quello che l’auto è stata per la ricostruzione italiana alla fine degli anni ’50: un prodotto e un modello di comportamento sociale.
Il luogo e lo strumento per questo processo sono le città, le macchine più competitive del sistema Italia: il sistema delle autonomie locali deve impossessarsi dell’opporttunità tecnologica di poter gestire grandi settori come energia e comunicazione, sottraendolo ai giganti monopolisti.
Nelle città va fondata una nuova politica del fare e del pensare.
Proviamoci a pensarla. del resto come ci spiegano i movimenti delle donne: se non ora quando?
Lana e benzina
di Gaetano Buglisi – SoS Rinnovabili
L’affiorare nelle pieghe della manovra di governo del brusco aumento delle asccise della benzina ci conferma un nostro dubbio: siamo ancora con le gomme a terra.
Questo governo è troppo forte per non dirgli la verità. Ed è troppo competente per nascondere la realtà.
Come imprenditore, e se mi permettete come giovane imprenditore, di un settore giovanissimo, come lo sono le fonti rinnovabili, devo registrare un’incomprensibile impasse.
Mentre è chiara la bussola della manovra quando deve raccogliere risorse economiche, maledettamente subito. Appare invece alquanto malferma, quando si deve innestare la prima marcia per far ripartire l’automobile.
Ci pare infatti che manchi completamente la terza gamba del tavolo del riequilibrio economico: insieme ai 17 miliardi di tasse, che con la benzina dioventano 21, e ai 13 miliardi di incerti risparmi(voglio proprio vedere come si biodegradano i consigli provinciali),è assente la voce di entrate per attività nuove. Insomma come si spinge il cavallo a bere, per usare la più tradizionale metafora del dibattito economico italiano?
Una delle chiavi per innescare la scintilla dello sviluppo è indubbiamente la ristrutturazione del sistema energetico nazionale.
Non voglio qui aprire il capitolo delle lamentazioni della categortia, denunciando il fatto che non è venuto alcun segnale per invertire la marcia recessiva imposta dal decreto Romani sulle rinnovabili.
Voglio porre una questione di strategia: se si è fermato il nucleare, e la collegata filiera elettromeccanica è già in sofferenza; e si allenta la pressione sui gassificatori, con le conseguenze del caso sull’indotto ; a parimenti si colpisce il settore, già rantolante dell’auto, con il balzo all’insù di un prezzo dei carburanti che non ha mai conosciuto pause; ma allora cosa ci potrà trascinare fuori dalla crisi?
Il colpo alla benzina assomiglia troppo ad un do cojo cojo, per dirla alla romana,senza un disegno reale. Il settore dell’energia è strategico in generale, vitale per l’Italia, decisivo nel pieno delle polemiche che ci stanno raggiungendo dalla conferenza internazionale sul clima di Durban.
L’Italia come gli altri paesi europei deve segnare un approccio diverso dalle meccaniche conclusioni recessive di Americani e Canadesi che usano la crisi per sgretolare persino il vecchio accordo di Kyoto.
Ma l’Italia, più dei suoi vicini europei deve segnare un’impennata sull’intero fronte energetico perchè è forse il paese al mondo dove gli effetti positivi si riverberano su tutta la catena del valore del sistema paese: ambiente, turismo, patrimonio,beni immobiliari.
Il fondo dei venti miliardi, sbandierato del ministro Passera per le piccole e medie aziende, rischia di diventare una versione moderna della cassa del mezzogiorno se non viene ancorato a priorità e criteri rigidissimi: innovazione in questo paese è sistema relazionale, e non banalmente comunicazione, sistema logistico produttivo, e non arcaicamente funzionalità energetica, sistema di valorizzazione degli asseti territoriali, e non romanticamente difesa dell’ambiente.
A questa sfida dobbiamo essere chiamati tutti: politici, amministratori locali, banche e imprenditori. A partire proprio dagli imprenditori del settore. Chi scrive vive da mesi una stagione criticissima, con una contorsione del sistema economico, ma anche con incomprensibili aggressioni da parte di quello bancario e normativo. L’ormai ampia filiera energetica, con la locomotiva del fotovoltaico deve essere sollecitata ad un salto di qualità: non più nicchia simpatica e assistita, ma polmone economico che guidi il processo di sviluppo nelle città, dando una sponda al sistema della ricerca .
Sosrinnovabili, l’associazione nata sull’onda dell’indignazione contro il decreto monopolista Romani, oggi vuole voltare pagine, passando dalla protesta alla proposta: abbiamo lanciato con l’associazione degli Innovatori Europei un manifesto del cantiere rinnovabili con proposte quali la creazione di un fondo immobiliare che investa sulla qualità del territorio, l’impegno a passare dalla strategia del campo fotovoltaico a quella del tetto urbano come fabbrica di energia, l’impegno a versare una percentuale sul fatturato degli impianti metropolitrani alla ricerca per un know how italiano, la richiesta di tempi burocratici certi per le pratiche, alla sollecitazione ai sindaci che elaborino piani regolatori dell’energia.
Ci sembrano proposte che possano produrre un reale indotto economico, avviando un processo di sviluppo e riducendo la necessità di tosare chi oggi non ha più lana. Ci sarà un interlocutore tecnico disposto a valutare questa disponibilità?
Innovatori Europei al “EU-RUSSIA Civil Society Forum”
Una nuova fase per SOS Rinnovabili!
Vi segnalo una nuova fase di SOS Rinnovabili, a cui ora collaborano come animatori i due amici Innovatori Europei Michele Mezza e Rocco Pellegrini.
Un motivo in piu’ per aderire e collaborare con questo interessante movimento, che rappresenta molto bene l’associazionismo del settore (anche se, questa è la mia critica, troppo focalizzato sul solare).
Il sito è www.sosrinnovabili.net. Dategli una occhiata, se vi va.
E attenzione al potenziale (a mio avviso non avverrà) ennesimo colpo di mano al settore fotovoltaico da parte di un Governo che vuole tenerci in recessione per i prossimi 2 anni. ” L’articolo 47 dell’atteso decreto sullo sviluppo interviene, ancora una volta, a modificare il regime del mercato delle rinnovabili. Si parla di una penalizzazione delle aziende del mezzogiorno, a vantaggio degli investimenti al nord.”
Massimo
Olimpiadi 2016 e Green Revolution
Alcune piccole riflessioni sulla vittoria di Rio De Janeiro su Chicago (USA), Madrid (Europa), Tokyo (Giappone) nella designazione della città sede dei Giochi Olimpici del 2016.
Questo è un qualcosa che, chiaramente, va aldila’ dello Sport: è ormai chiaro a tutti quanto questi Eventi mondiali rappresentino soprattutto “equilibri e dinamiche politiche”.
La designazione di Rio de Janeiro è un ulteriore e chiaro messaggio sul fatto che Europa, Stati Uniti e Giappone hanno aperto, in pochi anni, la Leadership Mondiale ai Paesi BRIC.
Sebbene questa possa essere letta come una bella notizia, in termini di re-distribuzione di ricchezza e potere verso i “Paesi Emergenti-BRIC”, la stessa ci dice che i “cittadini” delle cosiddette “Aree sviluppate”, ovvero Stati Uniti, Giappone ed Europa rischiano difficili decenni di descrescita (economia, politica, demografica).
In questo nuovo contesto, il settore in cui le “Aree Sviluppate” potranno giocare ancora da protagonisti è quello della Ricerca e Innovazione scientifica.
Ed oggi il primario binario di ricerca e innovazione passa per la “Green Revolution”: su questo tema ci si gioca il futuro, da qui alle Olimpiadi di Rio de Janeiro.
Di questo l’Europa deve fare presto tema prioritario per lo sviluppo.
Nasce il Comitato Bersani “Green Economy and Society”
Insieme ad alcuni amici di Innovatori Europei – sottoscrittori del documento “Il Partito Democratico e l’Innovazione nella Green Economy and Society” , ovvero Francesco Augurusa, Alessia Centioni, Stefano Casati e Alberto Zigoni, abbiamo dato il via al Comitato Bersani “Green Economy and Society” , che ha da oggi “sede” nel Blog
L’idea è quella di provare a dare qualche piccolo contributo al dibattito sul Tema da qui al 25 Ottobre, data delle Primarie per l’elezione del Segretario del PD, indagando su alcune delle infinite possibilità di azione e sensibilizzazione che ruotano attorno alla costruzione di una “Green Economy and Society”.
In questo modo, accompagneremo il Partito Democratico fino al 25 Ottobre, data in cui si conclude la lunga fase di “avviamento” cominciata nel 2006, a cui tutti noi abbiamo partecipato con entusiasmo.
Spero vorrete darci una mano nell’iniziativa.
Per chi fosse interessato, prego allora di scriverci in modo da aggiungerlo come Autore del Blog e/o poter contribuire alle nostre discussioni.
Grazie.
Massimo Preziuso
Aspettando il Global Kyoto a Copenhagen

di Massimo Preziuso
Le prime forti aperture della Cina ( “Taglio gas serra, la Cina apre: -40% entro dieci anni “ ), dopo quelle degli Stati Uniti di Obama, ad una politica globale di contrasto al Cambiamento Climatico, danno ragione a chi sosteneva che il Tema dovesse essere affrontato e regolato da una “regia” mondiale, ovvero che non potesse essere semplicemente regolata dalle forze di mercato.
Ne sono personalmente molto felice. Spiego perché.
Nel 2007, dopo i primi studi sul tema del Cambiamento Climatico, scrissi un piccolo articolo presso Peking University dal Titolo “Globalization and Climate Change: need of a Global Governance System”, contenente le premesse del mio lavoro di Tesi di Ph.D., che aveva avuto forti stimoli dal confronto con la realtà cinese.
A Settembre, tornato dalla Cina, fui invitato ad un incontro in LUISS, e comunicai la mia visione delle cose al Ministro degli Esteri inglese David Miliband: nemmeno lui, un politico – innovatore, prese sul serio quella mia osservazione, non considerando forse, a quel tempo, il Cambiamento Climatico quale problema di Governance.
Da quel Paper iniziai a fare ricerca di Ph.D. sulla necessità di un “Global Kyoto” che rimettesse in piedi un sistema energetico, culturale, geopolitico, ambientale ed economico, ormai in totale declino, grazie proprio alla “minaccia-opportunità” rappresentata dal Cambiamento Climatico.
Vivendo in quel periodo (2007-2008) a Londra ebbi la fortuna di vivere di persona la fase di prima euforia per la Green Economy, cominciata con l’assegnazione, ad Ottobre, del Premio Nobel per la Pace ad Al Gore ed al Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici.
Ricordo le prime iniziative imprenditoriali e finanziarie promosse nella City (la nascita dei primi Fondi di Investimento Green, i primi Green Clubs, etc.), che nascevano in contemporanea all’ improvvisa e forte crisi delle Borse.
Nel giro di pochi mesi, nascevano a Londra le prime importanti iniziative istituzionali, come il Centro di Ricerca istituito in LSE da Sir Nicholas Stern, che aveva pubblicato lo “Stern Review on Climate Change” (su commissione del Governo Inglese), e le importanti iniziative di importanti banche d’affari, fino a poco prima lontane dalle tematiche ambientali.
Da Londra il dibattito “ambientale” si è poi rapidamente diffuso in tutto il mondo (dagli Stati Uniti all’Europa tutta, per poi passare al Sud America, ed infine alla Cina).
Nel Luglio-Agosto 2008, al Summit del G8 di Hokkaido, in Giappone (a cui ero stato invitato ad andare con il “G8 Research Group on Climate Change Oxford – LSE”) il Cambiamento Climatico è finalmente stato riconosciuto quale “global issue”.
Da quel momento si sta attendendo Novembre 2009, quando al vertice delle Nazioni Unite di Copenaghen si dovrebbe sancire la nascita del Global Kyoto, ovvero di una politica globale di contrasto al cambiamento climatico. E la Cina, insieme agli Stati Uniti, sarà il principale “protagonista” di quella scelta.
Intanto, ancora oggi alcune importanti personalità pubbliche (italiane) criticano la scelta della Green Economy come se fosse qualcosa su cui si può scegliere se e quando aderirvi. Ancora non si vuole capire che su temi così complessi non vi è da scegliere, ma solo da ascoltare e rispondere a quelle che sono le evoluzioni naturali del sistema economico, culturale e politico del Pianeta.
Oggi è evidente che quella traiettoria naturale porta il nome di sostenibilità (ambientale), che vuol dire rispetto dell’ambiente, ma anche molto di più.
Speriamo che non si aspetti ancora troppo (in Italia), per capirlo e rispondere alla realtà.
Massimo Preziuso


