Energia e Ambiente
Messico, un ‘Pacto’ per lo sviluppo sostenibile e le energie rinnovabili
di Paolo Salerno (pubblicato su Canalenergia)
Lo scorso dicembre, il nuovo presidente degli Stati Uniti del Messico, Enrique Peña Nieto, ha stipulato un patto per la crescita, insieme a tutte le più importanti forze politiche del Paese.
Uno dei punti principali, il 2.4, parla della necessità di favorire una politica che abbia come obiettivo principale la riduzione della produzione energetica da fonti fossili, puntando allo sviluppo delle energie rinnovabili. Per discutere di questi temi, sono state organizzate una Conferenza presso l’Universidad Iberoamericada del DF e un seminario di Medio Ambiente della Universidad de San Luis Potosí, dove si analizzeranno la giovane legislazione in materia, datata 2008, e di come il modello europeo possa suggerire degli spunti di riflessione per migliorarla.
Per ció che riguarda le energie rinnovabili, in particolare, risaltano alcuni aspetti interessanti. Innanzitutto, in Messico non godono di un regime giuridico speciale, come per esempio in Spagna, e non godono, a livello fiscale, delle tariffe incentivanti. Questa situazione comporta un rallentamento nella crescita del settore che, però, allo stesso tempo ha un potenziale tale da stimolare le Istituzioni a riflettere su questi aspetti e cercare le situazioni più efficaci per lo sviluppo. Questa condizione è dettata soprattutto dal fatto che non esiste un mercato elettrico aperto, visto che l’impresa statale CFE (che sarebbe la corrispondente della nostra ‘vecchia’ ENEL), ha il monopolio.
Nonostante questa situazione la LEARFTE, che è la legge per la promozione delle energie rinnovabili, permette che in alcuni casi i privati possano produrre energia per l’autoconsumo, normalmente dopo che la Segreteria dell’energia abbia dato la concessione. Questo sistema permette non solo ai piccoli proprietari, ma anche alle imprese piccole e medie di produrre la ‘propria’ energia.
Guardando questa giovane regolazione, riformata già una volta a fine 2012, si può dire che per una diffusione maggiore dovrebbero adottarsi, in linea con il modello europeo, degli incentivi tanto fiscali quanto infrastrutturali. Inoltre sarebbe altamente raccomandabile che venisse introdotta una tassa speciale sulla produzione elettrica da idrocarburi e che la stessa venisse investita nel mercato delle energie rinnovabili. Va da sè che un paese come il Messico, tanto per estenzione, come per risorse ha un potenziale enorme di produzione energetica rinnovabile. Basti pensare che il fotovoltaico e il termoelettrico sono praticamente ancora da lanciare e rappresentano un mercato attraente anche per molte imprese europee.
Il più grande vantaggio del Messico, rispetto all’Europa, è quello di essere un unico Stato e pertanto la legislazione centrale gli consente di poter programmare e sviluppare progetti su tutto il territorio senza dover far conto con i mercati regionali o nazionali. Bisogna anche tener presente, però, il dato che indica una produzione di energia per una quota superiore al 70% da materiali fossili, come carbone e petrolio. La grande disponibilità di queste risorse, e quindi i bassi costi, non fa considerare per il momento come urgente la crescita del mercato elettrico rinnovabile.
In conclusione, Messico ha bisogno di migliorare la sua regolazione, ma allo stesso tempo può essere considerato come uno dei Paesi con più potenzialitá di crescita in questo settore, elemento che lo rende molto attraente per gli investimenti esteri.
Paolo Salerno, Innovatore Europeo, avvocato e ricercatore dell’Universidad Complutense de Madrid
La chiave
Vi propongo una riflessione a meta’ viaggio a New York.
La sensazione e’ che proprio New York, ossia l’osservatorio piu’ avanzato e prefigurante dell’occidente, ci faccia intendere oggi che siamo all’entrata di una curva da cui non si capisce come e dove usciremo.
La citta’ e’ indubitabilmente in movimento. La crisi e’ alle spalle, ma non si produce un nuovo sapere sul futuro.
Qualcosa sta incubando, lontano, e new York ne riporta l’eco, ma non ne e’ piu’ la fornace. Ovviamente le mie sono percezioni epidermiche di un turista. Ma ormai conosco abbastanza Manhattan per cogliere la tendenza.
L’Europa e’ ferma, vista da qui. I giornali e le Tv snobbano completamente il vecchio continente. Non si attendono ne sorprese ne conferme, solo sbadigli. Il centro dell’attenzione degli americani, ormai è sempre piu’ la Cina.
Nel bene, come fondamentale varabile dei nuovi equilibri geo politici, e nel male, come minaccia imprevedibile di una coesistenza non condivisa.
Da giorni i media battono la gran cassa su due temi: la minaccia alla sicurezza che viene dagli hacker, che in America vuol dire dalla Cina; e , contemporaneamente, l’auspicio – certezza che la nuova leadership di Xi Jiinping possa avviare il paese verso una forma inedita, ma chiara, di liberalizzazione dei diritti individuali.
Nel frattempo la pancia del paese sta digerendo la crisi, e rielaborando una nuova strategia: autonomia energetica, con fracking e fotovoltaico; riportare a casa i centri servizi; rilanciare al primato nel sapere. Sono i tre binari su cui l’America, tutta l’America, destra e sinistra, repubblicani e democratici, stanno ritrovando una medesima vision.
Rimane in sospeso il conflitto sul modello di welfare. Ma anche li’ si cercano nuove strade: il debito pubblico e’ considerato un’emergenza temporanea. Su tutti questi temi: geo politica, energia, welfare, diritti, l’America si trova sola in occidente.
Per la prima volta la vecchia zia europea non ha niente da dire. Io credo che questo sia il buco nero in cui rischiamo di cadere, inseguendo le chiacchere e le minacce di Berlusconi.
Parliamo di IMU e Bunga Bunga e ignoriamo che da anni non produciamo piu’ sapere ne teoria politica. Il mondo cambia, si complica, si torce in un nuovo processo sociale che noi ci ostiniamo a chiamare crisi e che invece e’ il nuovo modo di vivere di un pianeta dove nei prossimi 8 anni almeno 3 miliardi di persone si comporteranno da middle class.
Da qui dobbiamo partire: consumare meno per consumare meglio in molti. Chi saranno quei molti? chi decidera’ le gerarchie? cosa faranno gli esclusi? Gli americani vogliono mantenere le chiavi del nuovi equilibrio.
Sanno che i cinesi invece pensano di poter decidere da soli. Gli europei non sanno nemmeno dov’e’ la serratura.
E gli italiani pensano che la chiave sia solo un film di Tinto Brass
Intervista al Prof. Leonardo Maugeri, talento da esportazione ad Harvard
di Massimo Preziuso su R-Innovamenti
Buongiorno Professore. Grazie per l’opportunità, innanzitutto. Lei è un chiaro esempio di talento italiano da esportazione. Dopo una carriera folgorante nel colosso ENI, nel 2011, ancora quarantenne, ha deciso di cambiare e tornare all’accademia. Oggi insegna nella prestigiosa Harvard University, è consigliere del governo americano sui temi energetici, è autore di vari libri, tra cui un best-seller che ho letto in questi giorni (“Con tutta l’energia possibile”), e tanto altro.
1) Perché questo cambiamento così improvviso e radicale?
Preferisco che il tempo si sedimenti prima di rispondere a questa domanda.
2) Italia Vs Stati Uniti: chi vince?
Non c’è competizione. Da anni, condivido il giudizio di Bill Emmott sull’Italia: purtroppo il nostro Paese è giunto a un livello di non ritorno. Sovrastato da una corruzione patologica e da una classe dirigente del tutto inadeguata, che però si autosostiene con il meccanismo della cooptazione, non ha credibili prospettive di crescita. Ha abbandonato la ricerca e la formazione di alto livello, primi motori di sviluppo di ogni paese, non ha più che un manipolo di grandi gruppi industriali, non riesce a produrre tecnologia né innovazione, se non su piccola scala incapace di fare massa critica.
Negli Stati Uniti, con tutti i problemi che pure esistono, c’è una vitalità sorprendente. Ricerca, innovazione, trasformazione continua, sono ancora i fattori portanti del paese. Qui è ancora vero che un totale sconosciuto, senza famiglia né possibilità alle spalle, può diventare tutto grande alla forza delle sue idee o del suo talento. Inoltre, il paese riesce ancora a attrarre – soprattutto grazie alle sue università e ai suoi centri di ricerca – i migliori talenti del mondo.
3) Come si sente un talento italiano negli Stati Uniti, in questi anni così turbolenti, in cui il nostro Paese ha proprio bisogno di personalità come la Sua per tornare a “vivere”?
Non sono certo un caso unico. Semplicemente, chi ha talento deve cercare altre strade lontane dall’Italia, perché il talento non rientra nei criteri di selezione del nostro Paese. Contano solo frequentazioni, appartenenze, disponibilità a accettare le regole di un sistema malato.
4) Come creare veri ponti di opportunità tra Italia a America? Quale appunto il ruolo possibile per “ambasciatori” come Lei?
Se il Paese non cambia radicalmente, è impossibile per chiunque costruire veri ponti di opportunità.
Bisogna chiedersi: perché una società americana dovrebbe avere interesse a investire in Italia, rispetto a tutte le altre opportunità disponibili nel mondo? Qual è il nostro valore aggiunto? Gli americani adorano l’Italia come posto per le vacanze, non come luogo d’investimento.
5) Competizione Vs Uguaglianza: come risolvere una volta per tutte questo ”trade off” di visioni del mondo?
A mio modo di vedere, la convivenza tra società del merito (competitiva) e società dell’uguaglianza e del bisogno è la sintesi che ha reso l’occidente superiore al resto del mondo, nel 20° secolo. La società del merito ha bisogno di uguaglianza di partenza, perché solo così possono emergere i migliori talenti. La ricchezza generata da una società che si alimenta di merito, d’altra parte, genera la ricchezza e la crescita che – con eque e sagge politiche di redistribuzione – possono sostenere la parte più bisognosa della popolazione, quella che può rimanere indietro e offrire i mezzi per l’uguaglianza di partenza. Nelle società povere questa possibilità non esiste.
6) Lavoratori e Produttori: quale il modo per metterli a lavoro insieme per rinnovare e ricostruire il Belpaese?
C’è un interesse comune: concentrare l’attenzione del legislatore nel facilitare gli investimenti, abbattendo la burocrazia che oggi impedisce alle imprese di investire e operare, stroncando la corruzione che rende il gioco economico artificioso, abbassando nel tempo le tasse sulle imprese stesse. Allo stesso tempo, il legislatore dovrebbe abbandonare la sterile questione del ridimensionamento dei diritti dei lavoratori. Provate a chiedere ad un’impresa straniera perché non investe in Italia, dove potrebbe chiudere dopo qualche anno licenziando tutti i lavoratori..
7) Politiche energetiche: quale il futuro sostenibile? Lei ci crede alla opportunità, proposta dal governo Monti, della costituzione di un hub del gas mediterraneo in Italia, con baricentro in Basilicata?
Io credo che, per alcuni decenni ancora, i combustibili fossili costituiranno gran parte del fabbisogno energetico dell’umanità, perché la loro densità di energia non ha ancora trovato sostituti. Al tempo stesso, credo che i primi decenni del secolo costituiranno “l’officina” che produrrà le tecnologie necessarie ad abbattere il ruolo dei combustibili fossili nel futuro. Per questo la ricerca scientifica è fondamentale e, visto quello che sta accadendo in paesi come gli Stati Uniti, mi aspetto grandi breakthrough tecnologici – soprattutto nell’energia solare – nei prossimi anni.
Quanto all’Italia hub del gas, continuo a nutrire molti dubbi per una serie di ragioni. Anzitutto, ho visto che anche l’Antitrust pone in evidenza un rischio che indico da anni. Per avere un hub del gas (e anche un mercato spot) occorre una sovrabbondanza di infrastrutture, funzionali a consentire una forte variabilità di flussi di gas in ragione delle condizioni di mercato: chi paga queste infrastrutture (gasdotti, stazioni di pompaggio, stoccaggio)? Naturalmente, le paga il consumatore in bolletta. Può andar bene, ma il consumatore ne è cosciente? Ne dubito. Inoltre, in un mercato del gas caratterizzato da una bolla (un eccesso di offerta rispetto alla domanda, che avevo già preconizzati anni fa) come quello europeo, i gasdotti in eccesso potrebbero andare al minimo di capacità, ma il consumatore dovrebbe lo stesso pagare i costi della loro costruzione. Con quali vantaggi? E per chi?
8 ) Come Innovatori Europei, insieme ad altre organizzazioni ambientaliste, stiamo studiando il tema “Taranto sostenibile” e l’ opportunità per il prossimo governo italiano di facilitare una transizione industriale nella produzione delle “auto elettriche”. Che ne pensa a riguardo?
Guardi, io ho concepito e avviato la realizzazione di una dei più importanti piani di riconversione industriale d’Italia, quello del sito petrolchimico di Porto Torres in Sardegna, orientandolo alla chimica verde. Quando lo feci, analizzai per prima cosa le prospettive economiche di un certo tipo di chimica verde, per essere certo di non creare un’altra illusione industriale destinata a fallire con il tempo. Solo una volta certo degli economics lanciai la mia società, al tempo Polimeri Europa, oggi Versalis – la società della chimica dell’Eni – nel progetto.
Quella delle auto elettriche è una bella idea, ma ha bisogno anzitutto di una rigida analisi economica. Io credo nel futuro dell’auto elettrica, e credo che questo futuro arriverà dall’Asia, non dal vecchio mondo. Da noi il problema fondamentale è che non esistono sufficienti reti di distribuzione, e costruirle costerebbe miliardi di euro. Per favorire un mercato dell’auto elettrica, ci vorrebbero delle normative specifiche, magari a costo zero, ma molto dure: per esempio, vietare la circolazione delle auto tradizionali con una certa età nei centri delle città.
Dovrei studiare in modo più approfondito la questione. Forse, nella fase in cui siamo, sarebbe più proponibile offrire a un grande produttore – meglio asiatico – condizioni speciali per costruire a Taranto stabilimenti di auto ibride, che cominciano ad avere un certo mercato e sono davvero fantastiche. Perfino tanti americani cominciano a convertirsi. Per condizioni speciali intendo condizioni fiscali radicali (per esempio, zero tasse nei primi 5 anni). Sarebbe sempre meno che un intervento diretto dello stato, e quindi dei contribuenti.
9) Innovatori Europei vuole sempre più diventare un “ponte” di opportunità progettuali e politiche tra Italia, Europa e Mondo. Tra le altre, siamo gemellati con una innovativa realtà politica operante in Nord America. Ritiene interessante l’idea di unire le comunità italiane nel mondo attorno ad un progetto intellettuale e politico come il nostro?
Si, soprattutto nella misura in cui riuscisse a riconnettere tanti italiani di grande valore che hanno abbandonato l’Italia perché non vi trovavano spazi e hanno poi avuto esperienze di grande successo. Sono un patrimonio possibile dell’Italia di domani. Ma è un progetto che richiede tempo e una costruzione mirata e paziente. Ci sono state già troppe iniziative improvvisate e effimere nel passato anche recente.
Grazie.
A Lei.
Il manifesto politico degli Innovatori Europei
Innovatori Europei è una associazione radicata in numerose città italiane ed internazionali ed annovera nelle proprie file personaggi di spicco provenienti dalla società civile, dalle professioni, dall’imprenditoria, dal mondo intellettuale e politico.
Dal 2006 attiva in Italia e in Europa come centro studi e movimento politico, Innovatori Europei ambisce a diventare elemento di aggregazione di tante realtà innovative operanti nel vecchio continente.
Innovatori Europei vede in Europa e nel Mediterraneo il baricentro dello sviluppo europeo e mondiale dei prossimi decenni, nell’Italia il naturale attrattore di nuova ricchezza e nuovi saperi, ed in Roma la futura capitale culturale ed economica dell’area euro-mediterranea.
Altresì crede che nell’Europa rinnovata una ridistribuzione della ricchezza, a mezzo di una nuova fiscalità partecipata e di una revisione mirata della spesa pubblica, sia urgente e necessaria.
Infine ritiene l’innovazione quale metodo guida nello studio e nella comunicazione politica.
– Europa
L’Unione Europea, come si è configurata attraverso gli anni, è un organismo politico internazionale che necessita di modifiche e miglioramenti.
Appare ormai indispensabile: coordinare, ma non imporre, le politiche europee attraverso istituzioni comuni, specialmente per le politiche economiche e fiscali; semplificare i processi decisionali con l’approvazione a maggioranza qualificata; ampliare le competenze del Parlamento europeo; attivare strumenti finanziari comunitari con cui avviare cantieri di sviluppo nell’area euro-mediterraneo.
Questi i principali elementi di aggregazione dei popoli europei, in una strada accidentata e difficile, che conduce verso due mete esaltanti, la federazione europea prima e gli Stati Uniti d’Europa poi.
– Italia
L’Italia è in un momento decisivo. Finita la prima fase della globalizzazione, a cui ha partecipato non da protagonista, oggi il nostro Paese si trova a pagarne le conseguenze, principalmente in termini di mancata competitività.
Per sanare tali ritardi, è fondamentale partire da due semplici obiettivi – crescita e lavoro – da raggiungere a partire dall’avvio di cantieri nazionali ed europei per la crescita.
Il sistema fiscale italiano è freno alla nostra competitività, in quanto rende oggi impossibile la creazione di nuova ricchezza mentre facilita la conservazione di rendite e vantaggi competitivi, e non riesce a combattere l’enorme fenomeno della evasione, a scapito del ceto medio-basso. Esso è altresì collegato ad una spesa pubblica, molte volte inefficiente ed inefficace, che va rivista in maniera intelligente.
E proprio con le risorse liberate, da un sistema di fiscalità realmente progressivo e partecipato e da una spesa pubblica divenuta efficace ed efficiente, il Paese deve urgentemente investire nei settori legali alla sostenibilità del nostro sviluppo, creando lavoro qualificato.
Torno a Viggiano per una “Basilicata Sostenibile”
di Massimo Preziuso (pubblicato su Il Quotidiano della Basilicata)
Ci sono periodi della vita in cui è naturale aumentare il dialogo e sostenere la propria terra di origine.
Questo accade in momenti della vita che – diversi da persona a persona – sono molto condizionati dal contesto storico in cui si vive.
Per la mia generazione, quella di chi ha oggi intorno ai trent’anni, quel momento è questo, in un’Italia che si avvicina stanca al suo Annozero2013.
Sarà infatti il 2013 l’anno in cui il Paese, simbolicamente dopo le elezioni politiche nazionali, potrà dare il via, con un lavoro collettivo e partecipato da tutti, ad una ricostruzione culturale, sociale ed economica, simile a quella che ci fu nel secondo dopoguerra.
Noi trentenni, ci siamo preparati sul campo a questo Annozero2013 in avvicinamento, percependolo fin dall’inizio del nuovo millennio, vivendolo e soffrendolo nello scorso decennio che ci ha portati in molti casi a dover emigrare intellettualmente e fisicamente per poter esprimere almeno parte dei nostri talenti.
Gli ultimi dieci, sono stati anni di incredibili cambiamenti – lenti ma radicali – giudicati da molti “negativi” nel momento in cui li vivevamo, ma che poi ci han fatto comprendere che la “precarietà” in cui oggi viviamo è anche “opportunità” in potenza, di scoprire e capire luoghi e cose fino ad allora davvero lontani da noi.
In questo tempo, tutti noi abbiamo seguito – da vicino o da lontano – la nostra amata Basilicata, da cui andammo via negli anni novanta, perché comprendemmo che non avrebbe potuto darci, per motivi vari ed oggettivi, quello che volevamo: l’opportunità di una completa crescita intellettuale ed umana.
Una regione così differente dalle realtà che siamo andati a visitare: piccola ed isolata dalla globalizzazione, ma anche piena di valori condivisi, di quel “capitale sociale” che oggi rischia di svanire sotto i colpi di una modernità mal vissuta, di “beni comuni” unici ed irripetibili che oggi rischiamo di perdere in una guerra senza confini per le risorse, materiali ed immateriali.
Abbiamo tutti sempre pensato che – una volta completato almeno in parte il nostro percorso – avremmo dovuto dare un contributo ad avvicinare questa bella Regione alle opportunità del nuovo mondo che abbiamo visto e vissuto, in alcuni casi più di molta classe dirigente locale, aiutandola a dirigersi verso un nuovo percorso di “sviluppo sostenibile”.
Poi negli ultimi anni è “capitato” di sapere che nella nostra Regione si trova un grande rischio/opportunità, di cui pian piano si parla nei media e per le strade: quello di essere chiamato il “Texas italiano”, per via delle enormi estrazioni di combustibili fossili che vi avvengono in maniera crescente. E nello stesso tempo verificare che questo “Texas” lo hanno visto in pochi.
Ebbene, da quel “momento” tanti di noi hanno iniziato naturalmente ad interessarsi e studiare questa grande opportunità di crescita che è anche luogo di rischio ambientale e sociale.
Ci siamo chiesti se e come si potesse, analizzando i casi di successo e di insuccesso dei tanti “Texas” esistenti attorno al mediterraneo, fare della Basilicata luogo di sviluppo sociale ed economico sostenibile ed avanzato, proprio facendo leva sulla risorsa petrolifera, ancora di più ora che ci avviamo all’Annozero2013 italiano.
E’ per questo motivo che, in circa 50 ricercatori e professionisti, dal 25 al 28 Ottobre prossimi parteciperemo alla Viggiano Sustainable Development School, iniziativa che nasce dal lavoro di tanti lucani: per dare il via ad un dibattito sullo sviluppo sostenibile della Basilicata.
Questo “think tank” può infatti aiutare la Regione ad indirizzare risorse economiche e tecnologiche presenti nelle aree petrolifere per definire una nuova visione ed un nuovo modello di crescita, sostenibile appunto.
La Basilicata ha infatti oggi la necessità e possibilità di delineare una nuova strategia – chiamiamola qui “Basilicata sostenibile” – che stimoli le menti ed i cuori di tutta la Lucania, dia il via a collaborazioni strategiche con altre aree del mezzogiorno e del mediterraneo, e diventi esempio concreto di sviluppo sostenibile nella nuova Italia e nella nuova Europa dei popoli, che vanno ri-costruite a partire da subito.
Allora, uniamoci attorno a questa iniziativa. Incontriamoci a Viggiano e cominciamo da lì. Questo il mio auspicio.
Gianni Pittella: “Svalutare l’Euro per salvare la Grecia”. Un primo eurobond infrastrutturale per crescita e abbattimento stock debito greco?
Svalutare l’Euro per salvare la Grecia (di Gianni Pittella)
Finanziare immediatamente il Tesoro greco con un trasferimento a fondo perduto della Bce pari all’eccedenza del 60 per cento del rapporto debito\pil. Lo propone il vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Gianni Pittella.
R-Innovamenti energetici
di Massimo Preziuso (su L’Unità)
Se c’è oggi un settore che meglio di altri rappresenta il baricentro del R-innovamento del nostro Paese, quello è il settore energetico.
In questi giorni si torna a parlare di politica energetica, ed è un fatto di per sè positivo. Problema è che, ancora una volta e inaspettatamente, dopo l’affossamento tramite referendum delle velleità nucleariste del Governo Berlusconi, oggi il Governo Monti prova a imporre un modello di sviluppo basato sulle rimanenti industrie monopolistiche (il Ministro Passera – e lo stesso Premier che pochi giorni fa nei suoi incontri Kazaki – vuole accelerare sulle estrazioni petrolifere!) e mature, addirittura andando a togliere ulteriori risorse al settore delle rinnovabili.
Una situazione incredibile, soprattutto per i molti “Green thinkers” che su questo Governo avevano fortemente puntato, e tra questi Innovatori Europei e SOS Rinnovabili, con il lancio del Manifesto “Ricostruiamo l’Italia con le Rinnovabili”.
In questi giorni, oltre al Corriere della Sera, anche giornali solitamente più moderati come La Repubblica indicano il fotovoltaico e le rinnovabili quali colpevoli dell’aumento delle bollette energetiche del Paese, provando, e in molti casi riuscendo, a convincere le famiglie che il settore è semplicemente luogo di fortissime speculazioni (che ci sono, ma rappresentano oggi una piccola parte del tutto), fatte con i soldi di tutti gli italiani. Speculazione vi è stata, e credo volutamente permessa, nei primi Conti Energia.
Ma oggi che il settore è vicinissimo alla “grid parity” solare (a cui seguiranno le altre tecnologie), un ulteriore intervento a gamba tesa ha chiaramente un’altra volontà: quella di rallentare il più possibile lo sviluppo di una industria energetica distribuita, quindi democratica. Sta nei fatti che oggi esistono centinaia di migliaia di piccoli impianti solari, installati in piccole abitazioni o aziende, che permettono abbattimenti di costi energetici e indipendenza di approvigionamento (al netto degli importanti abbattimenti di emissioni nocive). Lo stesso sta avvenendo con la rivoluzione mini-eolica, appena cominciata. E così pure nel settore delle biomasse, che evolve verso la mini impiantistica. Come in tutti i settori ad alta intensità tecnologica, quello delle rinnovabili ha richiesto un investimento iniziale importante di risorse pubbliche e private, che lo accompagnasse verso l’indipendenza e la maturità. Ci siamo quasi. Ed ecco perchà la minacciata politica energetica di questo Governo ha del paradossale, forse ancora di più di quella del precedente Governo.
Oggi, il ministro Clini – che finora è stato relegato allo stesso ruolo inconsistente che fu della Prestigiacomo – la sintetizza così: “Attenzione a non fare un altro grosso autogoal con le rinnovabili, bloccandole come facemmo negli anni’80 all’inizio del boom della telefonia”. Ebbene sì, il rischio che si corre è proprio quello. Uscire, ancora una volta, da una rivoluzione tecnologica (quella telefonica portò poi all’Internet che oggi conosciamo) in cui potremmo essere protagonisti mondiali.
Intanto, finalmente il mondo delle rinnovabili si è svegliato e reagisce in maniera più compatta. Domani 2 Aprile dalle 16,45 a Roma – presso la Sala Bologna del Senato – ci saranno gli Stati generali delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, in cui 20 associazioni di categoria chiederanno un incontro ai Ministri competenti per discutere su quello che è un vero e proprio attacco a uno dei pochi settori tecnologici trainanti innovazione e nuova occupazione, in questo ormai quadriennio di crisi, che questo Governo vuole ammazzare proprio mentre diventa un’industria strutturata.
Preoccupati per le ricadute economiche, sociali, ambientali, e anche del rischio di inadempienza del nostro paese nei confronti dell’Unione Europea, le Associazioni chiedono con urgenza al Governo, ai Ministri interessati e ai Gruppi parlamentari di aprire già a partire dalla prossima settimana un confronto trasparente, che consenta di progettare il futuro di un settore decisivo per lo sviluppo del paese” si legge nel comunicato stampa diffuso dagli organizzatori.
Si riuscirà questa volta a evitare l’autogoal?
R-Innovamenti italiani
di Massimo Preziuso (su L’Unità)
Ero tra quelli che nel 2009 – quando sembrava che l’Italia avrebbe pagato di meno la crisi “americana” di quanto stavano andando a pagare paesi ad economia più finanziaria della nostra – dicevano che il rischio era invece che il Belpaese avrebbe scontato come gli altri quell’anno e poi addirittura vissuto – insieme a pochi compagni di sventura – una ricaduta di febbre, entrando nella cosiddetta “crisi a doppia V”.
Ebbene, il 2012 – dopo un 2009 disastroso e un 2010-2011 di bassissima crescita – sta nei fatti avverando quel pensiero, con una recessione seria in atto e in aumento.
Improvvisamente oggi è chiaro un po’ a tutti che siamo arrivati a quell’anno zero italiano, che in tanti pensavano fosse già passato qualche anno fa, ma che invece arriva solo nel 2012.
E in tutto questo la politica di puro rigore finora attuata dal Governo Monti non aiuta affatto, andando semplicemente ad indebolire un tessuto socio – economico già fortemente lacerato.
Laddove le varie riforme attuate o in via di discussione siano – nella teoria – in gran parte condivisibili, esse risultano incomprensibili per questioni di “contesto” in cui vanno a essere imposte ai cittadini.
Ancora di più se si pensa alla contestuale assenza di politiche redistributive e di azioni di sviluppo, uniche vere leve di rilancio di un Paese immobilizzato.
Tranne virate primaverili, l’attuale esecutivo sarà servito fondamentalmente per renderci conto di quanto urgente fosse, in Italia, ripartire – da zero – con energie nuove e progetti di innovazione, che nascono solo dal ritorno di una politica più autorevole, rispettosa degli elettori e dei territori, mancata per troppi anni.
Il Paese è oggi nei fatti paralizzato su tutto. Si deve ora tutti insieme rimboccarsi le maniche e lavorare per una vigorosa ripartenza, come fu nel secondo dopo guerra. Le elezioni del 2013 devono essere l’inizio di tutto questo.
Sono stati davvero tanti i cambiamenti radicali che questa globalizzazione accelerata di un tratto ci ha sbattuto davanti agli occhi. In primo, quello di aver trasformato l’Italia da potenza globale in attore di secondo livello. Già questo fatto da solo manderebbe in crisi una popolazione. Figuriamoci allora quanto ci si possa sentire smarriti ad essere italiani nel 2012.
E’ da questo smarrimento che dobbiamo uscire rapidamente per poter ripartire. Per farlo il Paese deve affidarsi a nuovi talenti e nuove progettualità, che – aldilà della tanta retorica che circola da tempo sul tema – nei fatti ancora oggi (il sottoscritto lo diceva già nel 2006) rimangono confinati nella testa dei Giovani e delle Donne, prima che in altri luoghi.
Il tempo per ripartire è pochissimo, ma sento che noi italiani ancora una volta (ci) imporremo un cambiamento epocale che non è più possibile posticipare, proprio perché – restando fermi ancora – tutto continuerà rovinosamente a crollare.
Apro dunque questo spazio di discussione per dire la mia sui tanti “R-innovamenti” di cui credo questo Paese abbia urgentemente bisogno, e che già in molti stanno provando a mettere in campo nei territori e in alcuni settori dell’economia e della società.
Mi occuperò principalmente di quei temi che ritengo da sempre prioritari per il nostro Paese, come appunto quello generazionale e di genere, quello del merito nella società italiana, dell’Europa dei popoli, delle nuove tecnologie e del loro impatto su una società cambiata, di una nuova politica energetica e industriale sostenibile, della necessaria centralità del Mezzogiorno nel progetto Euro – Mediterraneo e – last but not least – dunque dell’esigenza di una rinascita della Politica in Italia.
Indian steel
India was the 5th largest producer of crude steel in the world in 2010 (according to World Steel Association) and is poised to become the 2nd largest producer by 2015-16, provided all requirements for fresh capacity creation are met. The domestic crude steel production grew at CAGRG of 8.4 per cent between 2005-06 and 2009-10. This growth was driven by both capacity expansion (from 47.99 million tonne in 2004-05 to 72.96 million tonne in 2009-10) and improved capacity utilization. India, is also the world’s largest producer of direct reduced iron (DRI) or sponge iron, is expected to maintain this lead in the near future. Sponge iron production grew at a CAGR of 11 per cent to reach a level of 20.74 million tonne in 2009-10 compared to 14.83 million tonne in 2005-06.
The Indian steel industry is broadly classified into Main Producers (Steel Authority of India Ltd. (SAIL), Tata Steel and Vizag Steel/RINL), Major Producers (plants with crude steel making capacity above 0.5 million tonne – Essar Steel, JSW Steel, Jindal Steel & Power and Ispat Industries) and Other Producers. The latter comprises of numerous steel making plants producing crude steel/finished steel (long product/flat product)/ pig iron/ sponge iron and are spread across the different regions of the country
From a negligible global presence, the Indian steel industry has come forward to a new age and is now globally acknowledged for its product quality. As it traversed its long history during the past 64 years, since independence, the Indian steel industry has responded efficiently to the challenges of the highs and lows of numerous market cycles. The Indian Steel Industry has withstood international competition despite the reduction of basic customs duty on steel from 25-30% in 2002-03 to 5% currently. The industry now operates in an open economy where exports and imports respond to increases or decreases in the domestic demand driven primarily by market signals.
From the year 2002, the global industry turned around, helped to a great extent by China, whose spectacular economic growth and rapidly-expanding infrastructure led to soaring demand for steel, which its domestic supply could not meet. At the same time, recoveries in major markets took place, reflected by increase in production, recovery of prices, return of profitability, emergence of new markets, lifting of trade barriers and finally, rise in steel demand worldwide.
“Urbanization and industrialization have supported a phenomenal growth in China’s steel demand over the past decade. The fundamentals underlying China’s growing demand will remain robust, driving this demand into the next decade. India is expected to follow China’s lead, and increased controls on its export capacity and early signs of increased steel intensity suggest its emergence as a major market will continue’…..RioTinto, 2010.
India’s National Steel Policy (formulated by Ministry of Steel) long-term objective is to ensure that India has a modern and efficient steel industry of world standards, catering to diversified steel demand. The focus of the policy is to attain levels of global competitiveness in terms of global benchmarks of efficiency and productivity. The National Steel Policy 2005 had projected consumption to grow at 7% based on a GDP growth rate of 7-7.5% and production of 110 million tonne by 2019-20. These estimates will be largely exceeded and it has been assessed that, on a ‘most likely scenario’ basis, the crude steel production capacity in the country by the year 2012-13 will be nearly 110 million tonne. The crude steel performance has been contributed largely by the strong trends in growth of the electric route of steel making, particularly the induction furnace route, which accounted for 31 per cent of total crude steel production in the country during 2009-10 and has emerged as a key driver of crude steel production. Corporate Social Responsibility (CSR) has been identified as an important parameter in the MoUs since 2007-08. CSR activities focusing on environmental care, education, health care, cultural efflorescence and peripheral development, family welfare, social initiatives, including sports activities and other measures are under implementation. All profitable public steel companies have earmarked at least 2% of their distributable surplus for CSR activities since 2007-08.
During 2011, the strong demand for steelmaking ingredients worldwide was accompanied by major issues on the supply side. Major steel companies are following vertical integration into their business. Iron ore deals represented 11.8% of M&A, measured by value (up from 10% in 2010) and 5.6% of deal volumes (down from 9% in 2010). Iron ore targets were spread across the globe with Canada being the most targeted nation—28% of the targets by volume were domiciled there. Australia (12%), China (10%) and Brazil (8%) were the other nations with notable takeover volumes. New frontier geographies were also targeted due to their proximity to emerging market nations that demand iron ore but also because of escalating production costs in developed regions.
“China’s 12th five-year plan for 2011-2015 continues to support the drivers of commodity demand, including iron ore, coal and copper. The social housing program, involving the construction of 36 million units, out of which 10 million are scheduled to take place in 2011 and another 10 million in 2012 will add strength to the property market and iron ore demand from 2H11 onwards.”……Vale, 2010.
The rejuvenated steel market in the country has already witnessed the announcements of mega expansion plans of leading domestic producers in the form of Greenfield and/or Brownfield projects in different parts of the country. According to PwC, securing supply will be India’s chief concern, many Indian-led deals will resemble typical China-led deals from the 2000-2007 period, often structured as private placements (debt or equity) with offtake or royalty agreements. The decision of Posco, South Korea, to set up their 12 million tonne integrated steel plant in Orissa, a state in eastern India has given the Indian steel industry a feel of what ‘globalization’ is all about. This was soon followed by Mittal Group’s announcement of plans to set up their 12 million tonne integrated steel unit in Orissa. The domestic Indian steel producers (both public and private sector) also are not lagging behind and are foraying into other parts of the world to have their footprints by acquiring mines and other steel companies, actively in Africa, Australia, USA and Europe. Indian conglomerate TATA Steel’s $12 billion acquisition of Anglo-Dutch giant Corus Group Plc, transformed TATA Steel Ltd. into a major global steel producer, which may well be regarded as a benchmark even in the history of the Indian steel industry. Such developments only prove that the Indian steel industry has entered a mature phase.
Sources: Ministry of Steel; India, The Hindu, Annual Reports 2010 (RioTinto, BHP Billiton, Vale, Tata Steel), The Economic Times, Mining Deals 2010-PwC, Tracking Trends 2012-Deloitte etc.
L’eolico ed il solare fanno scendere la bolletta energetica italiana
Nelle pagine 56-57 del Venerdì di Repubblica di oggi, 6-gennaio-2012, è contenuto un articolo di Alex Saragosa, nascosto quasi in secondo piano nell’inserto, che è, a nostro parere, molto importante perché spiega, in modo assai chiaro, come le energie rinnovabili, ed in particolare l’eolico ed il solare, abbiano fatto scendere la bolletta energetica nazionale abbattendo così il costo del kw.
Sinteticamente: I costi dei prodotti derivati dal petrolio e del metano, nel 2010 sono aumentati in media del 26,5 per cento. “In particolare, il metano, con cui si produce la metà dell’elettricità italiana, è aumentato del 12 per cento: c’era quindi da aspettarsi un aumento di almeno il 6 per cento nella bolletta. L’aumento invece è stato decisamente inferiore: la componente energia della bolletta, quella dipendente dalla produzione elettrica (il resto sono tasse e addizionali varie), è passata infatti solo da 0,093 a 0,095 euro per chilowattora, quindi la crescita è stata poco più del 2 per cento.
Come mai?
«Buona parte del merito di questo mancato aumento» dice l’ingegner Alex Sorokin, della società di consulenza Interenergy, «va a fotovoltaico ed eolico e all’effetto che hanno sul mercato elettrico».”
“Il sole ed il vento”, conclude l’articolo, “ci stanno mettendo sempre più al riparo dai capricci del mercato degli idrocarburi”. “Ora che in Italia ci sono impianti per 6 gigawatt di eolico e 12 di solare, la convenienza è evidente. In un anno ogni 3% di mancato aumento del prezzo del Kwh si traduce in un miliardo di euro di risparmio sulle bollette degli italiani”. “A questo andranno aggiunti i circa 18 miliardi di euro che, secondo l’Associazione produttori di energia rinnovabile fra il 2000 ed il 2020 si risparmieranno per non aver dovuto acquistare permessi emettere CO2”.
Per approfondire:
Paul Krugman: ecco che arriva il sole
Rifkin: la terza rivoluzione industriale
Gaetano Buglisi: un programma e una bandiera per lo sviluppo sostenibile




