Energia e Ambiente
IoD City of London: ‘The EU & the City – What Next? (Gianni Pittella meets Lord David Lidington)
Dove: Londra , Guildhall – ore 18.30 Quando: 8 aprile
Gianni Pittella, First Vice President of the European Parliament & The Rt Hon David Lidington, UK Minister of State for Europe, will discuss the City’s and the UK’s relationship with Brussels.
‘For some, the free movement of goods and people within a single market is a triumph of our time. For others, the regulatory and financial burdens of membership raise questions about how well the system works – and for whom it is working.’ (Simon Walker, Director General of the IoD, commenting about discussions regarding the UK & the EU during the IoD National Convention 2013.)
This event will discuss the economic relationship between the City, the wider economy and Brussels. There will also be a consideration of the UK’s present and future political relationship with the European Union, its benefits, it challenges, future opportunities and future threats. No discussion can leave out either Britain’s or the EU’s relationships with other countries and international organisations.
Per rinnovare il Paese, un nuovo management è urgente adesso
Nelle prossime settimane il governo Renzi nominerà i nuovi managers delle grandi aziende controllate dallo Stato.
Come sempre capita in questi casi, non vi è discussione pubblica a riguardo, nonostante l’importanza cruciale di queste scelte per provare a rimettere in campo il Paese – in ginocchio dopo un decennio pieno di crisi – disegnando nuove politiche industriali e nuove alleanze internazionali.
Evidente infatti quanto le grandi aziende italiane (ENI, Enel, Finmeccanica, Telecom e le altre) contribuiscono a definire quello che è il presente e quello che potrebbe essere il futuro del Paese.
In questo passaggio cruciale, il governo ha la possibilità di definirsi “innovatore”, nel rinnovare con nuove personalità e competenze di caratura internazionale i management di queste grandi aziende, per poter ragionare insieme ad essi sulle nuove sfide di natura industriale e politica, emerse nell’ultimo decennio, che possono essere affrontate e vinte dal nostro Paese.
E con un nuovo management dare il senso del cambiamento di prospettiva e di visione ad un intero Paese, con effetti positivi – politici e sociali – a cascata che sono immaginabili.
Per il momento, le attese suscitate dal Governo Renzi sono sicuramente positive e l’idea di cambiare la totalità dei top-manager attuali delle grandi imprese dopo molti anni di governo di quelle imprese e risultati a volte modesti (come documentato per la più grande società italiana, l’Eni, da un ottimo articolo di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera) è presupposto fondamentale per continuare incisivamente la sua azione riformatrice.
A leggere la stampa delle ultime settimane, anche il Tesoro, con il competente neo ministro Padoan, sembra volere puntare dritto in questa direzione.
Come qui doverosamente già evidenziato alcuni giorni fa, l’unico elemento di perplessità in questa vicenda riguarda il lavoro di uno dei cacciatori di teste scelti a suo tempo dal precedente Governo proprio per collaborare proprio con il Tesoro alla selezione dei nomi per la guida delle grandi imprese partecipate. Ci riferiamo a Spencer & Stuart, i cui requisiti di indipendenza in questo caso rischiano di essere offuscati in quanto sembra essere consulente proprio delle grandi imprese il cui management dovrebbe contribuire a cambiare. E dalla presenza nel suo advisory board della figura politica di Gianni Letta, che fu evidentemente uno dei protagonisti principali delle nomine degli attuali vertici delle imprese di stato.
Tutte notizie che oggi risultano confermate anche da L’Espresso, con un articolo della sua importante firma Denise Pardo.
Viene allora da chiedersi: possibile che, anche per motivi di opportunità, non potesse essere individuato un altro cacciatore di teste al suo posto?
Perché l’Italia non innova più
di Leonardo Maugeri (su Il Sole 24 Ore)
In questi ultimi mesi mi sto occupando di trovare finanziamenti negli Stati Uniti per alcune start-up molto innovative in settori in cui le loro invenzioni avrebbero un’immediata e dirompente applicabilità – se di successo. La relativa facilità sia del contesto, sia di trovare interlocutori pronti a rischiare il loro denaro, mi ha spinto a un amaro parallelo con quanto avviene in Italia.
Mentre l’America continua a rigenerarsi e a uscire da ogni crisi grazie a moti periodici di innovazione, l’Italia non inventa più da troppi anni. E questa è una causa del suo declino economico.
Resoconto di Progetti per un’altra Italia in Europa, 30 novembre, Roma
Progetti per un’altra Italia in Europa
30 novembre 2013, ore 10 – 14
Via Sant’Andrea delle Fratte 16, Roma – Sala delle Conferenze, Partito Democratico
Esperti nazionali ed internazionali provenienti dal mondo accademico, dalle istituzioni, dal mondo delle professioni e dell’impresa, molti giovani in una sala entusiasta ed interessata. Si parlava di progetti per un’altra Italia in Europa, quella che noi Innovatori Europei auspichiamo da anni.
Dopo i saluti istituzionali pervenuti dalla Ministra Bonino, dalla Presidente della Camera Boldrini, dal segretario del Partito Democratico Epifani, dal Vice Ministro Catricalà, dal Vice Presidente vicario del Parlamento Europeo Pittella e un comunicato di supporto e stima all’iniziativa da parte del Sindaco di Roma Marino, il video messaggio del capogruppo alla Camera dei Deputati Speranza ha aperto i lavori.
Massimo Preziuso, presidente IE, ha fatto un veloce excursus sul progetto che, nato nel 2006 quale luogo di elaborazione e di proposta politica progettuale indipendente, sostenendo l’idea della urgenza di fondare un nuovo soggetto politico riformista ed europeista, rimane oggi un movimento autonomo che spazia in Europa e nel mondo.
Gli interventi, grazie agli autorevoli relatori, hanno sottolineato – auspicando nuove direzioni di crescita politica ed economica per l’Italia in Europa e nel mondo in un contesto caratterizzato dalle difficoltà degli Stati Uniti, dalla complessità della crescita cinese ed indiana, delle nuove opportunità del sud est asiatico, e la naturale ma culturalmente difficile convergenza con realtà come la Turchia o il nord Africa – l’urgenza di un rafforzamento della strategia politica ed industriale.
E’ altresì apparso evidente come oggi l’Italia può essere leader nel software e nell’industria ad alto contenuto di intelligenza, e come il progetto IE, calatosi nel vivo della costruzione di reti di collaborazione per la valorizzazione della italianità nel mondo è linfa vitale per il rilancio di un progetto comune a supporto dell’Italia e italianità nel mondo.
E’ stato così facile avviare i lavori alla conclusione, ricordando come IE in alcuni comuni italiani ha già dato il via ad esperienze politiche indipendenti con programmi basati su un nuovo policy making rivolto alla trasformazione delle città intelligenti e della loro governance in ottica progressista. Dai lavori emerge con chiarezza la necessità di un Paese che produca e consumi ricchezza in maniera diffusa e metta in una nuova rete saperi e produzioni in cui città medie e grandi, attorno ad una Capitale intelligente, rimangano protagonisti.
La necessità di dare fiato ad un largo movimento europeo, condiviso con molti dei relatori presenti, in un percorso congiunto tra le diverse realtà europeiste sui temi caldi e più che attuali delle prossime elezioni europee (nel semestre di presidenza italiana in Europa sarà necessario l’avvio della costruzione di una comunità euromediterranea, che includa e renda protagonista il nostro mezzogiorno) ci vedrà protagonisti del rilancio italiano in Europa a partire dalla prossima campagna elettorale .
La costruzione in itinere di una leadership italiana in Europa e nel Mediterraneo passa proprio da una rinnovata capacità di elaborazione di progetti complessi e di lungo periodo. Questo continuerà ad essere il nostro intento ed il nostro impegno.
Intervento scritto di Mario Polese, Innovatore Europeo e consigliere regionale di Basilicata, a Progetti per un’altra Italia in Europa, 30 novembre 2013
Discorso Mario Polese,
consigliere regionale della Basilicata
Saluto caramente il presidente degli IE e ottimo amico, Massimo Preziuso, e i presenti in sala che hanno accolto l’invito a partecipare a quest’importante iniziativa.
Improrogabili impegni istituzionali mi impediscono di prender parte oggi al dibattito in corso ma, in qualità di associato di IE, sono onorato di potervi dare un breve saluto e portare un contributo alla discussione.
Lo spirito che anima questa associazione rispecchia in toto quelle che sono le tematiche che da sempre porto avanti nel mio cammino professionale e politico: nuovo protagonismo di giovani e donne nella società civile, nuove politiche di internazionalizzazione per il made in Italy, rinnovamento nelle politiche energetiche ed infrastrutturali per il Sud.
Su quest’ultimo punto la Basilicata, regione che mi vede impegnato in prima linea in qualità di consigliere regionale, deve vincere la sfida del digitale investendo sulla banda ultra larga.
Dobbiamo guardare con più interesse alle opportunità che possono realizzarsi attraverso il web e la sua evoluzione democratica 2.0. E’ una possibilità per i nostri territori di giocare la partita da protagonisti in Italia, in Europa e nel mondo. In tal senso incentivare e sostenere l’industria creativa lucana e attrarre quella da fuori regione promuovendo un maggiore e migliore utilizzo delle risorse culturali-artistiche-ambientali regionali, ovvero sviluppare prodotti, servizi, eventi che le includano.
Infine il Mediterraneo, tema a me caro in quanto delegato regionale per l’Istituto Italiano per l’Asia ed il Mediterraneo, e di cui faccio parte del board che si occupa delle relazioni istituzionali nella ideazione, progettazione e gestione di progetti di promozione e cooperazione internazionale.
La Basilicata può diventare un centro d’eccellenza e avanguardia per il Mediterraneo facendo nascere e radicare un tessuto economico e professionale in grado di far svolgere al sistema regionale il ruolo di ponte per il nuovo mercato comune. L’impegno è quello di favorire lo sviluppo e la crescita di progetti innovativi di aziende private e pubbliche che guardino alla Basilicata e al Mediterraneo come una vera opportunità.
Con questo concludo sperando di poter partecipare personalmente al prossimo incontro e ringraziando il presidente Preziuso per l’impegno instancabile verso questa associazione e verso la nostra regione.
Collaborazione Europa-Russia per energia e innovazione
La Russia protagonista e la partita dell’energia
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 26 novembre 2013
E’ un Putin in piena forma quello che è arrivato in Italia. Non solo perché i rapporti fra Italia e Russia non sono mai stati intensi come oggi ma soprattutto perché il leader russo ha conquistato in poche settimane il ruolo internazionale che il suo paese aveva perduto dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Già da tempo era infatti tramontato il controllo sugli ex stati satelliti dell’Europa orientale, la maggiore parte dei quali ha trovato le porte aperte da parte dell’Unione Europea in quella che è stata l’ultima grande operazione di politica estera dell’Unione stessa.
Contemporaneamente era entrata in crisi la politica estera russa a livello globale, con una progressiva perdita di presenza anche nelle aree verso le quali l’influenza era stata maggiore fin dai tempi della guerra fredda, e cioè l’Africa e il Medio Oriente. La Russia sembrava essere fatalmente relegata al livello di potenza regionale di secondo grado.
Col colpo di fulmine della proposta di mediazione del caso siriano Putin si è improvvisamente reinserito nel grande gioco internazionale e lo ha fatto evitando gli aspetti conflittuali che avevano caratterizzato molte delle sue decisioni precedenti. E’ infatti rientrato attivamente al vertice della politica mondiale offrendo nello stesso tempo una via di uscita alla diplomazia americana che, da un lato, aveva posto un ultimatum a Bashar al-Assad riguardo all’uso delle armi chimiche ma, dall’altro, era riluttante ad aprire una nuova guerra, essendo gli Stati Uniti forti militarmente ma molto provati dai ripetuti conflitti nei quali l’America si era trovata coinvolta dalla guerra in Iraq in poi.
Una politica di ricostruzione del ruolo russo, ma senza aggiungere ulteriori tensioni rispetto a quelle, non certo secondarie, che esistevano con gli Stati Uniti e l’Unione Europea.
Una fase di collaborazione attiva che si è ripetuta nella ricerca di un accordo sull’infinito problema iraniano che, dopo decenni di attesa, ha trovato finalmente l’inizio di una soluzione non attraverso le sanzioni ma sul tavolo delle trattative.
Reso fiducioso da questi successi Putin ha iniziato un braccio di ferro con l’Unione Europea sul problema ucraino, forzando il governo di quel paese a non firmare gli accordi che dovrebbero essere sottoscritti nei prossimi giorni a Vilnius, accordi che Putin ritiene essere in contrasto con un’unione doganale che egli sta costruendo attorno alla Russia.
Su questa decisione mi sento di dissentire non solo perché, anche se alcune clausole sono da adattare profondamente, non ritengo affatto che le proposte europee e quelle russe nei confronti dell’Ucraina siano tra di loro incompatibili nel lungo periodo. Sono invece profondamente convinto che sia interesse di tutti (e soprattutto del popolo ucraino) che questo glorioso paese non sia oggetto di conflitto ma sia un ponte su cui fare correre i futuri rapporti tra Russia e Unione Europea, tanto sono profondi i legami dell’Ucraina sia con la nuova Europa che con la madre Russia.
Certo per arrivare a mettere in pratica quest’elementare verità bisogna che Russia ed Unione Europea si convincano della loro crescente complementarietà.
Si tratta di una complementarità che emerge forte ed evidente da una semplice analisi della realtà. Non vi è certo bisogno di sottolineare quanto noi dipendiamo dalla Russia per le fonti di energia ma credo che in modo altrettanto profondo (o forse ancora più profondo) la Russia dipenda dall’Europa.
I progressi economici del nostro immenso vicino sono infatti indubbi ma la dipendenza dall’energia è ancora troppo elevata per un paese che ha grandi ambizioni di trasformazioni interne e vuole giocare stabilmente un ruolo di attore internazionale. La modernizzazione delle sue imprese, in modo da utilizzare economicamente il grande patrimonio scientifico del Paese, si può ottenere soltanto con un rapporto di collaborazione con i paesi europei, così come questo rapporto è indispensabile per portare a termine la necessaria apertura del sistema finanziario.
Un grande paese come la Russia non può vedere condizionato il proprio futuro dai prezzi del petrolio e del gas che ora salgono e ora scendono e che potrebbero in futuro scendere anche per effetto del possibile rientro in gioco della produzione iraniana.
A questo si aggiunge il problema demografico che vede una prospettiva di forte diminuzione della popolazione russa, di fronte alla quale la modernizzazione del sistema produttivo diventa una necessità imprescindibile.
Ho già troppe volte ripetuto che Europa e Russia stanno insieme come la Vodka e il Caviale e che le tensioni come quelle create in questi giorni sull’Ucraina non giovano a nessuno, soprattutto se pesano sulle spalle di un popolo che ha già tanto sofferto in passato e che, non solo per le proprie tensioni interne ma anche a causa della partita internazionale che si gioca sulla sua testa, di sofferenze ne dovrà affrontare tante anche in futuro.
Proprio perché si sono aperte tante speranze e proprio perché vi sono ancora tanti problemi sul tavolo, l’incontro di oggi a Trieste tra Letta e Putin è molto importante, anche se probabilmente, dopo la colazione, la grappa prenderà il posto della Vodka.
Un centro di ricerca euromediterraneo sulle tecnologie e risorse energetiche del futuro. In Basilicata
di Massimo Preziuso (su L’Unità)
La Lucania è terra di risorse naturali preziose, che la dovrebbero rendere tra le più ricche di Italia.
Eppure, da sempre, e ancora oggi, le statistiche economiche dicono incredibilmente il contrario.
Secondo dati pubblicati dalla Banca di Italia, la regione Basilicata risulta sempre più arretrata nel contesto nazionale. PIL 2012 al -3% , disoccupazione attorno al 15% e accentuata caduta della produzione industriale, del 9,5% rispetto al 2011.
Senza una forte presenza di piccola e media impresa diffusa, capace di competere sui mercati internazionali (anche e soprattutto per carenza di infrastrutture), la Regione in questi anni è sopravvissuta al tornado della crisi soprattutto grazie alle imponenti attività estrattive di petrolio e gas. Le compagnie petrolifere infatti estraggono enorme ricchezza dal territorio in cambio delle cosiddette “royalties” compensative.
Con risorse davvero ingenti – solo 2011 erano pari a 120 milioni di euro (di cui 100 milioni destinati all’ente Regione) – al netto di alcune interessanti ed iniziative in ambiti “nuovi” per la Basilicata (come il cinema, la cultura), non si è riusciti finora a disegnare alcun vero cammino di sviluppo sistemico. A livello regionale le royalties sono infatti servite al finanziamento di voci di bilancio (università, sanità), al finanziamento di “buoni benzina” (!), mentre a livello locale al più all’avvio di piccoli progetti occupazionali.
E proprio nei giorni scorsi l’Unione Europea certifica la retrocessione della Regione Basilicata, che torna tra le regioni “Ex – Obiettivo 1”.
E allora, passati vari anni dall’inizio di questo ciclo estrattivo intensivo – che non durerà all’infinito e che impatterà pesantemente l’ambiente – in tanti si chiedono se e come esso potrà ancora determinare un impatto positivo sullo sviluppo di lungo periodo della Regione.
E’ evidente infatti che la rendita assicurata da risorse naturali – postulata nella staple theory – non è un fenomeno naturale, soprattutto in una Regione povera e piccola come la Basilicata, carente di un sistema di imprese diffuso.
Ed è proprio quella – l’imprenditorialità diffusa – la condizione necessaria allo sviluppo territoriale legato allo sfruttamento di risorse naturali, come quelle petrolifere. L’impresa quale moltiplicatore di sviluppo.
Ma è anche evidente che – per essere competitive e quindi insediarsi – le imprese necessitano di un milieu adatto.
Ebbene, oggi ci sono proprio tutte le condizioni al contorno per crearlo questo contesto “imprenditivo”:
– La Strategia Energetica Nazionale pone su un piano di forte centralità la Basilicata nel futuro dello sviluppo energetico ed economico del Paese.
Si parla infatti della realizzazione di un hub energetico dell’euro mediterraneo e si indica nella Basilicata il baricentro di una piattaforma di servizi di alto livello nel settore della distribuzione, attraverso imponenti attività di stoccaggio e lo sviluppo di una rete “smart” su scala europea e mediterranea.
– Il memorandum Stato – Regione sul petrolio lucano approvato nel mese scorso continua ad andare in questo senso, anche se va assolutamente “rinforzato” nella qualità e nella quantità della progettualità ipotizzata, ed equilibrato nella sua visione “centralistica” di governance di risorse che sono “locali”.
– La prossima programmazione dei fondi europei 2014-2020 prevede la necessità di un approccio “strategico” e di “originale” allo sviluppo delle regioni in ritardo di sviluppo.
Dunque, se al futuro davvero si vuole arrivare, e non ci si vuole ritrovare invece con un territorio semplicemente depauperato di risorse naturali e di ricchezza ambientale, è bene cominciare a parlare di una strategia di sviluppo, che sia “sostenibile” sia da un punto ambientale che da un punto di vista economico, che sia “strategico”, e che sia “originale”.
E’ per questo necessario partire dalla messa a rete del sistema dei saperi universitari e dell’industria energetica attorno allo sviluppo di un distretto delle tecnologie e risorse energetiche del futuro. Un progetto che veda protagonisti per primi i colossi petroliferi “lucani”– ENI, TOTAL e SHELL – e la Regione Basilicata, insieme nel promuovere un nuovo utilizzo delle royalties petrolifere nel rapido disegno e successiva implementazione di una strategia che guardi al futuro.
Un progetto, questo, di chiara valenza internazionale, in quanto centrale per lo sviluppo delle politiche energetiche dell’area euro – mediterranea, che quindi deve vedere coinvolta la Commissione Europea e i fondi strutturali 2014-20, oltre alle risorse derivanti dall’estrazione petrolifera.
Di un polo energetico internazionale si parla da tempo nel documento Strategia Regionale per la Ricerca, l’Innovazione e la Società dell’Informazione della Regione Basilicata.
E la realizzazione di un distretto dell’energia è presente tra i progetti presenti nel “Memorandum petrolifero” tra Stato e Regione da poco pubblicato in Gazzetta ufficiale.
La Basilicata può oggi ambire a diventare il principale hub di ricerca e sviluppo di base e applicata (all’impresa) nei settori della manifattura legata all’energia del futuro (rinnovabile e fossile).
E così porsi come attrattore di nuove imprese, investimenti e professionalità internazionali.
Questa è la Lucania che si deve osare ad immaginare da adesso. Ed oggi ci sono proprio tutte le condizioni politiche al contorno per farlo.
Gli Innovatori Europei per un’altra politica. “Sapere abilita l’Uomo”
Gli Innovatori Europei per un’altra politica
Innovatori Europei partecipa al dibattito politico italiano, a cominciare dal congresso del Partito Democratico, per contribuire all’azione riformatrice che serve nelle istituzioni, nell’economia e nella società italiana, nell’orizzonte della unificazione europea. Il tema centrale del nostro impegno sarà “Sapere abilita l’Uomo”. Attorno ad esso apporteremo contributi di innovazione su questioni interagenti e prioritarie come:
- Federazione europea dei popoli, traguardo non procrastinabile.
- Innovazione del sistema pubblico politico e amministrativo.
- Apertura della politica alle forze associative e alle competenze della società
- Protagonismo di giovani e donne, motori del rinnovamento italiano.
- Ricerca e Innovazione: metodo guida per la società e la politica.
- Smart cities e green economy per lo sviluppo sostenibile europeo.
- Politiche industriali ed infrastrutturali per il Sud nell’Euro Mediterraneo
- Pluralismo radiotelevisivo nell’era del digitale
- Politiche di rilancio industriale e sviluppo competitivo del Paese
- Incentivare e sostenere le aziende innovative
- Redistribuire risorse per produrre lavoro e crescita sostenibili
- Nuove politiche sanitarie nell’Italia del dopo crisi
- Nuovo protagonismo per le comunità di italiani all’estero
- Internazionalizzare il Paese per favorire una nuova crescita interna
Con questo documento avviamo una discussione aperta che ci porterà agli Stati Generali degli Innovatori Europei, che si terranno il prossimo 9 Novembre a Roma.
Il tutto nella direzione del rafforzamento del ruolo di Innovatori Europei quale piattaforma di sviluppo di progetti politici complessi, in Italia ed in Europa, a partire dalle città.
Per aderire e contribuire al dibattito: email infoinnovatorieuropei@gmail.com o Facebook
Roma, 24 Settembre 2013, Gli Innovatori Europei – www.innovatorieuropei.org
Massimo Preziuso, Giuseppina Bonaviri, Paolo Di Battista, Osvaldo Cammarota, Filippo Bruno Franco, Stefano Casati, Luisa Pezone, Antonio Diomede, Paolo Salerno, Gaetano Daniele La Nave, Michele Mezza, Mario Polese, Marco Frediani, Francesco Augurusa, Luigi Della Bora, Andrea Sabatino, Zaira Fusco, Daniele Preziuso, Ruggero Arico, Paolino Madotto, Francesco Zarrelli, Aldo Perotti, Nicola Pace, Domenico Varuzza, Paolo Cacciato, Anna De Ioris, Dario Mastrogiacomo, Antonio Giuseppe Preziuso, Diego Bevilacqua, Gianclaudio Oliva
CHI SIAMO
Dal 2005 Innovatori Europei (www.innovatorieuropei.org) mette insieme variegate esperienze di protagonismo associativo di matrice europeista. Oggi, IE è una realtà densa di iniziative innovative, che guardano ai territori italiani, con un orizzonte internazionale ed europeo. La nostra idealità è da sempre quella di costruire una rinnovata e migliore proposta politica riformista che guidi l’Italia verso i successi che merita e attende, ponendoci quale serbatoio di competenze e comunità di persone al servizio del bene comune.
La leadership dell’Unione Europea nelle politiche climatiche
Le analisi del World Energy Outlook sono sempre di notevole interesse.
L’ultima dal titolo “RedrawingEnergyClimateMap” racconta, tra le pagine, qualcosa di molto importante per l’Europa, che va messo in evidenza.
Il documento in realtà si concentra su alcuni punti chiave:
1) L’inefficacia delle politiche ambientali globali a tenere la direzione obiettivo dell’innalzamento di “soli” 2°C coincidente con le 450 ppm di CO2.
Ad oggi, la temperatura media del pianeta ha già superato lo +0.75% e, nello scenario as is, la tendenza è verso un innalzamento medio, rispetto al periodo pre-industriale, tra i 3.6 – 5.3°C.
Per evitare tutto questo, ed avere una chance sostanziale di raggiungere l’obiettivo dei 2°C, è richiesta un’intensa azione politica entro il 2020 – anno in cui il nuovo trattato internazionale dovrebbe essere in campo.
In tutto questo il settore energetico è baricentrico, in quanto “produce” i 2/3 delle emissioni nocive totali.
2) Il contestuale aumento delle emissioni di CO2 legate al settore energetico (+1.4% nel 2012 a 31.6 Gt.)
All’aumentare delle emissioni globali si associa una spinta redistribuzione dei pesi emissivi tra paesi non OECD (che passano dal 45% al 60% del totale dal 2000 ad oggi) e OECD (dal 60% al 40% del totale).
Andando nel dettaglio troviamo:
a) La Cina che aumenta del 3.8% (300 Mt) le proprie emissioni, ma con un tasso di crescita dimezzato rispetto al 2011, ed oggi emette il 25% della CO2 globale. In più l’intensità energetica dell’economia cinese cresce (3.8% nel 2012) in linea con la programmazione quinquennale (12th Plan), indicando enormi progressi nella diversificazione “green” dell’economia e nell’efficienza energetica.
b) Gli USA che diminuiscono – fondamentalmente grazie ad uno switch spinto da carbone a gas (sulla spinta del nuovo mercato interno del “non convenzionale”) nella produzione elettrica – le emissioni del 3.8% arrivando ad una quota globale del 16%
c) L’Unione Europea che continua lentamente a diminuire il proprio stock di emissioni (-1.4% con una quota di circa il 12% sul totale) a causa di una severa crisi economica che abbassa i consumi di energia elettrica (-0.3%), nonostante l’aumento di consumo di carbone (importato dagli USA principalmente) nella produzione elettrica, derivante dal crollo del prezzo dei certificati di emissione (per effetto di over supply di EU ETS, di cui abbiamo scritto qualche settimana fa).
L’inefficacia del carbon market europeo è evidente nel calo di solo 0.6% delle emissioni nei settori regolati contro un più importante calo del 5-8% nei settori industriali “liberi” come quello del cemento, del vetro e dell’acciaio.
3) La proposta di 4 misure di policy – le “4-for-2°C Scenario” – per un rapido abbassamento delle emissioni
Tali azioni, che si basano su tecnologie esistenti, sono già state testate in alcuni paesi e non alterano la crescita economica, hanno un potenziale di riduzione di emissioni di circa 3 Gt al 2020:
a) Adottare specifiche misure di efficienza energetica (circa il 49% del totale di riduzione)
b) Stop alla costruzione di impianti a carbone ed utilizzo limitato di quelli esistenti meno efficienti (21% di riduzioni)
c) Minimizzare le emissioni di metano derivanti dall’oil upstream e dalla produzione di gas (18% di riduzioni)
d) Accelerare la riduzione dei sussidi alla produzione di fonti fossili per ridurre emissioni e accelerare politiche di efficienza energetica
4) La necessità di politiche di adattamento agli effetti del cambiamento climatico che comunque ci saranno.
In particolare:
Il settore pubblico disegni nuovi quadri regolatori che incoraggiano un prudente adattamento del privato, che invece dovrebbe da subito inserire i rischi e gli impatti associati nelle sue decisioni di investimento
5) L’opportunità di anticipare le politiche climatiche per farne una sorgente di vantaggio competitivo
Ed è proprio su questo che vale la pena concentrarsi e soffermarsi.
In particolare su un grafico presente nello studio, che merita l’attenzione di tutti, cittadini e istituzioni:

Esso sintetizza in un solo luogo gli avanzamenti delle politiche climatiche nei principali paesi del mondo, riferendosi al settore energetico (che è perfetta proxy per un confronto tra sistemi economici e politici), mettendo a confronto i principali attori economici mondiali sulle tre dimensioni di:
– emissioni di CO2 per capita (tonnes per capita)
– intensità emissiva di CO2 delle economie (tonnes per thousand dollars of GDP)
– emissioni totali nei singoli paesi
Ebbene, da una rapida analisi del grafico risalta all’occhio la centralità dell’Unione Europea nelle politiche ambientali dal 1990 al 2012.
Tutte le altre economie infatti hanno “guardato” alla UE come punto di riferimento nelle traiettorie di sviluppo delle proprie economie.
Questo lo si vede dalla direzione (delle frecce) delle politiche ambientali dei singoli paesi indicati nello studio.
E allora mai come in questa immagine risulta chiara la direzione unica possibile delle politiche industriali, economiche e culturali del vecchio continente: quella che continua un tracciato pluridecennale di leadership nella sostenibilità ambientale (e non solo) dello sviluppo.
Ebbene, si parta da questa constatazione per (continuare a) disegnare il futuro del continente, senza aspettare – come dice il documento analizzato – il 2020, quando sarà tardi per tutto.
Le tecnologie del futuro e le città intelligenti
Nei giorni scorsi McKinsey ha pubblicato un interessante report dal titolo “Disruptive technologies: Advances that will transform life, business, and the global economy”. Il documento descrive le 12 tecnologie a maggiore impatto potenziale sull’economia mondiale nel 2025, selezionate in un campione di più di 100 potenziali.
Tabella: Stima del potenziale impatto economico delle nuove tecnologie nel 2025 (in migliaia di miliardi di dollari)
Fonte McKinsey (Maggio 2013)
Secondo McKinsey la rivoluzione tecnologica in corso da qui al 2025 sarà fortemente centrata sul “digitale” che permetterà – tra le altre cose – di creare business tramite “l’internet mobile” e la analisi dei “big data”, di automatizzare enormi volumi di lavoro manuale ed intellettuale tramite “robot”, di virtualizzare processi reali spostandoli dall’hardware alla “nuvola internet”, di portare la fabbrica in ogni casa con la “stampa 3D” e di connettere “internet” agli “oggetti” trasformandoli in fornitori di servizi.
La tecnologia digitale sta portando inoltre enormi innovazioni nel campo della genomica, con conseguenze potenzialmente illimitate sulla salute e la longevità degli individui.
Queste innovazioni tecnologiche renderanno obsolete grandi parti dell’industria tradizionale e larghe fette di lavoro manuale ed intellettuale, mentre creeranno nuovi business e nuovi lavori, altamente specializzati.
Il trasferimento di enormi potenze di calcolo nella “nuvola”, messe in rete con la pervasività del “mobile internet”, l’intelligenza presente negli oggetti, la presenza di aziende altamente automatizzate la diffusione di auto a guida automatica, alimentate da potenti “batterie” e da fonti rinnovabili, renderanno la città un ambiente dotato di elevata densità di informazioni, know – how, qualità della vita e creatività. In cui il lavoro si svolgerà in luoghi diversi e in modalità nuove e flessibili.
Un esempio viene dagli Stati Uniti, dove l’effetto dirompente del movimento dei makers è stato riconosciuto dal visionario presidente Barack Obama, che ha annunciato un piano di 3 miliardi di dollari per la creazione di istituti per l’innovazione, i FabLab nati al MIT dal lavoro di Neil Gershenfeld. Laboratori digitali e tecnologici “low cost” in cui si progettano e già si realizzano nuovi modelli di produzione manifatturiera. Dotati di competenze iper specialistiche messe in rete grazie al digitale, saranno questi i luoghi che porteranno alla nascita delle cosiddette “micro – multinationals” (“Race against the machine”, 2011), aziende a struttura operativa micro ma dotate di mercati di riferimento e fatturati di una multinazionale.
Il futuro vive già oggi nelle città intelligenti. Ma per trarne vantaggi netti, esso va compreso prima che arrivi. Soprattutto in paesi come l’Italia, dotati per storia di intelligenza e imprenditoria diffusa, che va finalmente messa a sistema. Grazie alle tecnologie dirompenti.



