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NASCE COALIZIONE GENERAZIONALE
Nasce COALIZIONE GENERAZIONALE.
Alla iniziativa ho aderito personalmente perchè credo che sia il momento di unire le FORZE DI TUTTI I GIOVANI, andando aldilà dei colori di Partiti, o ideologie!
Bisogna ridare slancio a questo Paese con idee nuove e originali (e ce ne sono moltissime in giro!).
Massimo
GOOGLE BEHIND THE SCREEN
L’ANTIPOLITICA
di Arianna Pani
Ed è alla luce dei nuovi e inquietanti scandali “tutti italiani” che riemerge sulla bocca di tutti i Parlamentari, la parola antipolitica.
E’ strano tuttavia osservare come l’argomento riesca a mettere d’accordo sia la destra che la sinistra, ma ancora più strano è ascoltare la diagnosi dal paziente malato piuttosto che dal medico.
L’antipolitica, intesa come l’atteggiamento di coloro che si oppongono alla politica come pratica di potere e quindi ai partiti e agli esponenti politici ritenuti dediti a interessi personali e non al bene comune è un idea piuttosto diffusa in Italia, a volte una giustificazione spesso e volentieri giustificata dal degrado delle nostre istituzioni.
Non c’è alcun dubbio, la politica italiana puzza di stantio e l’età media del nostro ceto politico è preoccupante, si pensi ad esempio che il neoeletto presidente della repubblica francese ha 52 anni, 16 in meno del nostro presidente del consiglio.
La politica italiana sta diventando una specie di gioco elettorale, dove l’unica cosa che ha importanza è il voto per il voto. Qualsiasi azione politica è perpetuata col fine di conquistare una maggiore porzione dell’elettorato e non per portare avanti un progetto lungimirante al base del quale si avverte un’ideologia forte (di qualsiasi genere essa sia).
Aristotele nelle “Politica” afferma che “il fine dell’uomo non è il vivere, mail vivere bene” ed è per questo che l’uomo in quanto essere socievole per natura si associa ad altri uomini e da vita alla polis, che non è solamente un agglomerato di case, ma qualcosa di ben più profondo. La politica è per l’appunto un qualcosa di ben più grande e nobile di quello che emerge dalle sedute in parlamento dove rappresentanti delle nostre istituzioni si permettono di occupare la Camera inveendo contro i ministri in carica, o da ciò che si evince dai programmi elettorali che assomigliano sempre di più ad un’accozzaglia di promesse incollate su un volantino volte a favorire, o meglio a non scontentare il maggior numero di elettori.
Antipolitica significa essere stanchi di dover andare a votare il candidato “meno peggio” oppure di leggere dell’ennesimo scandalo che coinvolge la nostra classe politica. Antipolitica significa non avere più intenzione di accettare i casi di presenza tra le alte sfere, di politici deliberatamente corrotti, che nonostante le varie condanne continuano ad occupare un sedile in Parlamento che non gli spetta. ”Il concetto di legalità si collega strettamente al rispetto delle istituzioni. In Parlamento siedono 25 parlamentari condannati in via definitiva. Tra di loro c’è anche uno che ha ucciso un agente di polizia penitenziaria ed ha fatto saltare un palazzo. Lo so perché ho seguito la vicenda da magistrato”. Lo ha detto l’ ex procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna.
Se fosse stato ancora vivo, Bobbio avrebbe detto che “la democrazia bisogna meritarsela o col darsene pensiero o tenendoci sopra le mani” ed è per questo che l’antipolitica non deve essere una scusante per giustificare le nostre negligenze nei confronti della società, bensì un atteggiamento di critica costruttiva volto alla trasformazione dello stato presente di cose, attraverso un duro percorso di rivalutazione e riscoperta dei valori della politica.
PUGLIA: DIRIGENTI CON DOTTORATO
L’ADI apprende che la Regione Puglia, nel concorso bandito per la copertura di complessivi 70 posizioni da dirigente, prevede tra i requisiti di ammissione, in alternativa all’anzianità di 5 anni di servizio, il solo possesso di “titolo di dottore di ricerca o altro titolo postuniversitario, riconducibile alle stesse aree culturali del diploma di laurea, conseguito al termine di corsi di durata almeno triennale, rilasciato da istituti universitari italiani o stranieri e formalmente riconosciuto”.
Consideriamo questo atto della Regione Puglia, che recepisce appieno le indicazioni del decreto legislativo 387/98, un atto coraggioso e innovativo nella direzione del rilancio della Pubblica Amministrazione.
Pianificare l’ingresso alla dirigenza di personale esperto a fianco di soggetti che hanno recentemente conseguito il dottorato di ricerca, massimo titolo di studio rilasciato dall’Università Italiana, costituisce infatti da un lato un gesto di fiducia nei confronti delle competenze acquisite con la formazione alla ricerca, e dall’altro l’invito a tanti giovani formati alla ricerca a vedere nella Pubblica Amministrazione uno sbocco professionale promettente.
ADI riconosce alla Regione Puglia un primato in questa direzione, che si affianca all’altrettanto lodevole iniziativa dello scorso anno di destinare 39 milioni per la copertura di 800 borse di studio per i dottorandi senza borsa.
Dalla lettura del bando predisposto da codesta Regione abbiamo constatato che le due procedure di accesso alla dirigenza, presentate come alternative nell’art. 28 del vigente D.Lgs.165/2001, sono state coraggiosamente riunificate nello stesso bando di concorso. Come ADI esprimiamo pertanto la nostra soddisfazione nel vedere che la proposta da noi elaborata fin dai tempi dell’istituzione della commissione conoscitiva per la redazione dei decreti di attuazione delle “Leggi Bassanini” (D.M. 12/04/2000), e ancora ripresentata in data 8/11/2007 durante l’incontro tra il ministro Nicolais e la nostra associazione, è
stata ritenuta percorribile da un’importante Amministrazione Pubblica.
ADI chiede pertanto calorosamente al dott. Niki Vendola, in qualità di Presidente della Regione Puglia, di farsi promotore dello stesso spirito innovatore presso la Conferenza Stato-Regioni, impegnando i suoi colleghi presidenti ad adottare provvedimenti analoghi in tutte le Regioni.
ADI, Associazione dottorandi e Dottori di ricerca Italiani, 15 Giugno 2007
Per contatti:
Rosa Gini, Coordinatrice politiche ADI per il pubblico impiego
E-mail: rosa.gini@poste.it — Tel. 050 — 571119
Franca Moroni, Vicecoordinatrice politiche ADI per il pubblico impiego
E-mail: franca.moroni@gmail.com — Cell. 339 — 8907470
AL VIA IL MERCATO ELETTRICO
da Repubblica
Mercato elettrico, via alla liberalizzazione – Da luglio si potrà scegliere l’operatore
ROMA – Via libera del consiglio dei ministri al decreto legge sulla liberalizzazione del mercato elettrico per i clienti residenziali. Ovvero le famiglie che dal primo luglio potranno scegliere da quale operatore rifornirsi.
In pratica tra due settimane sarà possibile cambiare fornitore di energia elettrica esattamente com’è possibile cambiare gestore telefonico. Con una semplice richiesta, anche on line, si riceverà a casa la nuova proposta di contratto e quindi si potrà comprare l’elettricità dal fornitore che offre condizioni migliori rispetto alle proprie esigenze. La partita si gioca sulle opzioni offerte dai gestori per risparmiare: tra le tariffe differenziate per fasce orarie, prezzo bloccato per due anni, buoni sconto sui carburanti o sconti in bolletta legati ai consumi. Il tutto, ovviamente, senza dover cambiare contatore, senza rischiare interruzioni nel servizio, e con la tutela delle attuali fasce sociali e delle tariffe differenziate per la prima casa. Anche in questa fase, infatti, i gestori devono rispettare i vincoli tariffari fissati dall’Autorità per l’energia che pone un tetto ai ricavi totali del distributore per tipologia di utenza e fissa un tetto al prezzo che può essere richiesto al singolo cliente.
Il decreto approvato oggi prevede in particolare “misure di tutela per fare in modo che chi vuole muoversi verso nuove offerte, possa farlo subito senza incorrere nel rischio di aumenti ingiustificati dei prezzi”.
Per le forniture ai clienti domestici elettrici che cambiano fornitore e per i clienti domestici del gas, “l’Autorità per l’energia elettrica e il gas (Aeeg) indicherà condizioni standard di erogazione e prezzi di riferimento nelle forniture di energia elettrica e del gas”. Per i clienti domestici e per le piccole e medie imprese che non scelgono un nuovo fornitore sul mercato libero, si prevede che possano “continuare a beneficiare delle attuali condizioni del servizio e, quindi, delle economie di scala derivanti dall’approvvigionamento tramite Acquirente Unico”.
Sono fatti salvi i poteri di vigilanza e di intervento ex post dell’Authority “a tutela dei diritti degli utenti, anche nei casi di verificati e ingiustificati aumento dei prezzi e alterazioni delle condizioni del servizio per i clienti che non hanno ancora esercitato il diritto di scelta”.
Agli altri clienti non domestici che non scelgono un nuovo fornitore di energia elettrica e a chi transitoriamente dovesse rimanere senza fornitore “è assicurato il servizio di salvaguardia, a tutela della continuità della fornitura”. Questo servizio, si precisa nel Dl, “sarà temporaneamente svolto dalle imprese di distribuzione o dalle loro società di vendita, ma al più presto il ministero dello Sviluppo economico individuerà i fornitori attraverso procedure concorsuali. I criteri di organizzazione del nuovo servizio saranno tali da incentivare le imprese a rientrare nel mercato in poco tempo, utilizzando, quindi la salvaguardia solo come servizio temporaneo”.
SONDAGGIO SU LIBERALIZZAZIONI
Vi invito a rispondere al sondaggio sulle liberalizzazioni di Bersani.
Ci sono risultati talmente positivi da far capire che gli italiani VOGLIONO UN PAESE LIBERALIZZATO IN TUTTI I SETTORI.
CLICCATE QUI
DS E MARGHERITA
di Vincenzo Girfatti
Ds e Margherita, rappresentano, almeno a livello locale, il problema più grande per il nascituro Pd.
Elezioni amministrative ’07 docet.
Purtroppo per alcuni sicuramente sarà scontato, per altri non so, ma nelle recenti elezioni amministrative Ds e Margherita in molti Comuni importanti, quindi città con popolazione superiore ai 15000 abitanti, erano divisi.
Altro esempio banale, ma caso emblematico, quando si chiama alla Camera dei Deputati o al Senato e si chiede di un parlamentare del gruppo Ulivo, al centralino rispondono così: “..si, ma dei Ds o della Margherita?”…
Allora chiedo a voi, in latino:” usque tandem abutere patientia nostra?..”
…Per Cicerone era Catilina, per noi….
Sperando in un segnale forte, vi saluto
ASSEMBLEA PD IL 22 A ROMA
Il 22 Giugno un’altra importante Assemblea nazionale per il Partito Democratico, di cui siamo tra i promotori: quella di INSIEME PER IL PARTITO DEMOCRATICO.
Se vi va, SCARICATE E DIFFONDETE i MANIFESTINI.
Vi aspettiamo.
Innovatori Europei
CAPITALI E TALENTI
TUTTO DIPENDE DALLE SCELTE DEI LEADER
di Francesca Cattozzo
Essere dentro o fuori dalla competizione globale è piena responsabilità dei leader. Capitali e talenti per realizzarsi hanno bisogno solo di regole chiare, semplici e soprattutto certe.
In un’intervista a Francesco Caio ex McKinsey, ex A.D. Omnitel, ex Merloni, ex Cable&Wireless e attualmente Vice Presidente della banca d’affari internazionale Lehman Brother di Londra, il mensile Business People affronta il tema della fuga dei manager italiani all’estero.
In Italia è vissuto come un fatto “normale” che un manger o una persona di talento per potersi esprimere nel pieno delle proprie capacità e competenze e per crescere professionalmente se ne debba andare all’estero “with compliments” ai Paesi riceventi. Così hanno fatto anche Vittorio Colao, numero due mondiale della Vodafone; Claudio Costamagna ex responsabile della Goldman Sachs, e numerosi altri prima e dopo di loro.
“Capitali e talenti per realizzarsi nelle loro massime potenzialità” afferma Francesco Caio “hanno bisogno di regole chiare, semplici e soprattutto certe . Se queste regole vengono cambiate in corsa, è evidente che si insinua la sfiducia nella solidità del sistema che genera incertezza la quale è nemica della crescita economica e sociale di un Paese. E direi anche della crescita personale del singolo”.
Caio evidenzia anche il fatto che in Italia le persone non vengono valutate per il merito ed i risultati, ma – nel pubblico come nel privato- le selezioni e le collaborazioni si basano su processi di cooptazione dove vincono le relazioni sulle competenze. Il tutto a discapito della competitività del Paese e del sistema impresa italiano. “Io sono per una economia di relazione” continua Caio “che sulla base di criteri oggettivi e ruoli chiari e inviolabili, selezioni il migliore”.
leaderNel mix di cultura americana ed europea di Paesi quali l’Inghilterra o gli USA non importa chi sei e da dove vieni, importa cosa vuoi e quanto sei disposto a impegnarti per raggiungere il tuo obiettivo. Funziona una sorta di meccanismo fondato sulla condivisione di valori e obiettivi che permette a chiunque di mettersi in gioco per cogliere le opportunità che gli si presentano. Gli ingranaggi sono: la meritocrazia e il pieno apprezzamento, la chiara definizione dei ruoli, la continuità nella comunicazione interna ed esterna, l’orientamento al mercato e al consumatore.
Non a caso l’economista Kjell Nordstrom, uno dei massimi esperti mondiali di business intervenuto alla conferenza di ottobre “Creare richezza in tempi rivoluzionari”, organizzata a Bologna da Mind Consulting Italia, ha definito gli USA “una grandissima idea su un pezzo di carta”.
La Cina, dove Nordstrom ha lavorato per 7 anni, ha un tasso di espansione del 10-11% annuo. I numeri della Cina sono equivalenti a 4 volte quelli degli USA + 2 volte quelli del Giappone. In questa espansione senza limiti, l’Europa assomiglierà sempre più al Lussemburgo del mondo; per vedere l’Italia servirà un microscopio.
Nonostante questo gli USA non temono la Cina. Gli USA erano già negli anni ’20 tra i primi 3 Paesi più ricchi al mondo e ora mantengono il primato in numerosi settori: dai nobel, alle università, al settore del software e dell’intrattenimento. Il Prof. Nordstrom afferma con certezza che gli USA continueranno a dominare questi settori anche per gli anni venire. La grande idea sta nel far arrivare i migliori talenti da tutto il mondo, metterli nelle migliori condizioni operative, strapagarli e formare leader e manager in grado di saperli gestire e trattenere.
i nuovi condottieriLa medesima mossa la potrebbe fare qualsiasi azienda in Italia. Selezionare i migliori talenti per ogni ruolo e non i più vicini o i più parenti, coinvolgerli, motivarli, strapagarli e mettere fuori un’insegna: “SONO IL NUMERO UNO”. In fin dei conti questo è ciò che avviene già nello sport: le squadre di calcio per esempio, o quanto è avvenuto per un’equipaggio delle alpi svizzere che ha vinto l’American’s Cup – Alinghi.
Le aziende che ce la fanno oggi sul mercato sono quelle che prima scelgono “chi”, le persone giuste, e poi “cosa”, gli obiettivi da perseguire per sviluppare capitale.
Determinante nella scelta di un simile gioco applicabile nell’economia, come nella politica, nell’istruzione o nello sport è la figura del leader. Oggi la leadership dei grandi numeri internazionali non è più una posizione, ma è la scelta di questo tipo di gioco.
Ken Blanchard pensatore di spicco molto ricercato nel campo del management sostiene che “questa è la prima volta nella storia imprenditoriale, in cui oggi puoi essere fortissimo in quello che stai facendo, ma domani essere tagliato fuori”.
Una volta che si sceglie di essere dentro il gioco è necessario saperlo condurre usando le regole degli USA e dell’Inghilterra. Gli ingranaggi che fanno funzionare il meccanismo.
Paolo Ruggeri, Responsabile R&D di Mind Consulting nel suo best seller dal titolo “I nuovi condottieri” descrive molto bene la nuova responsabilità dei leader: “Sono i collaboratori a possedere oggi i mezzi di produzione più rilevanti nella creazione di ricchezza e ogni imprenditore e ogni manager, che lo voglia o no, si trova a fare i conti con questa nuova realtà profondamente diversa dalla realtà del passato. L’individuo acquista sempre più potere e libertà e anche i collaboratori alla pari dei nostri clienti, decidono se e come lavorare con noi in funzione della motivazione”
Gli individui di talento sono monopoli portatili con passaporti globali. Controllano il segreto della competitività, la risorsa più scarsa: la competenza. Manager e politici dovranno imparare come affrontare la gente che è libera di conoscere, andare, fare ed essere.
Francesca Cattozzo
LE SFIDE DELLA GLOBALIZZAZIONE
Sfide attuali ed emergenze sociali, ecologiche, culturali
di LAURA TUSSI
Nel lessico di fine millennio si fa strada questa domanda nuova che, a causa degli abusi quotidiani, rischia di risuonare senza un preciso significato: come si coglie la reale complessità della globalizzazione e come ci si misura con le sue sfide?
Si evidenziano gli errori di un globalismo semplificato e si rivendica anche una “politica della globalizzazione” capace di rispondere a emergenze ambientali e sociali non più governabili a livello nazionale: i rischi della globalizzazione possono mobilitare nuove energie, favorendo la nascita di una “seconda modernità”. Nell’accezione economica, la globalizzazione è contestata da alcuni movimenti no-global e new-global. (v. anche Popolo di Seattle, No logo), mentre è fortemente sostenuta dai gruppi liberisti, libertari e anarco-capitalisti.
I dibattiti riguardo il suo effetto sui paesi in via di sviluppo sono infatti molto accesi: secondo i fautori della globalizzazione, questa rappresenterebbe la soluzione alla povertà del terzo mondo. Secondo gli attivisti del movimento no-global invece essa non farebbe altro che impoverire maggiormente i paesi poveri, in favore delle multinazionali.
I dati forniti dalle scienze sociali indicano però che la globalizzazione non ha reso nel complesso i paesi più poveri, ma nemmeno ha grande influenza nella riduzione della povertà. Hanno invece effetto decisamente maggiore alcuni miglioramenti interni, quali sviluppo della rete infrastrutturale, il perseguimento della stabilità politica, le riforme del sistema agrario e miglioramento dell’assistenza sociale. Effetti indiretti della globalizzazione sono le ripercussioni sull’ambiente e sull’inquinamento dell’aria, causate dall’industrializzazione e dall’aumento dei trasporti.
Contribuenti virtuali
Uno degli aspetti più interessanti della globalizzazione è la tendenza a collocare il politico al di fuori dello Stato-Nazione. Le imprese e le loro associazioni hanno conquistato il potere d’azione, finora addomesticato con la politica dello Stato sociale del capitalismo. Con la globalizzazione, le imprese sono arrivate a detenere un ruolo chiave non solo nell’organizzazione dell’economia, ma anche in quella della società nel suo complesso. L’economia che agisce in maniera globale sgretola i fondamenti degli Stati-Nazione e della loro economia nazionale.
Il potere delle imprese internazionali si fonda sulla possibilità di esportare i posti di lavoro dove ciò è più conveniente. Le imprese possono dividere prodotti e servizi e distribuire il lavoro in posti diversi, servendosi di Stati-Nazionali piuttosto che di altri così da trovare le più convenienti condizioni fiscali. Le stesse possono distinguere autonomamente tra luoghi di investimento, di produzione, sede fiscale e servirsene l’uno contro l’altro. Tutto ciò avviene senza un dibattito in parlamento, senza una decisione governativa o mutamenti legislativi: da qui il concetto di sub-politica. Quello dell’imposizione fiscale, il principio dell’autorità dello Stato-Nazione è esplicativo di come le imprese internazionali minino l’autorità statale, potendo permettersi di fuggire alle imposizioni fiscali, pagandole, tramite gli scorpori, dove più conviene loro: i capitalisti sono contribuenti virtuali.
Globalismo, globalità e globalizzazione
Con il termine globalismo è indicato il punto di vista secondo cui il mercato mondiale sostituisce l’azione politica, che riduce la multidimensionalità della globalizzazione ed i suoi aspetti ecologici, sociali, culturali ad una sola dimensione, quella economica. Non si vuole negare o ridurre il significato centrale della globalizzazione economica, ma con il termine globalismo si sottolinea l’eliminazione della differenza, fondamentale nella prima modernità, tra politica ed economia. Il globalismo ritiene che uno Stato proceda diretto come un’azienda. Interessante come il globalismo, così inteso, finisca con l’attrarre anche i suoi avversari dando vita ad un globalismo che si opponga, convinto comunque del dominio non eliminabile del mercato mondiale che si rifugia nelle diverse forme di protezionismo. I protezionisti neri piangono la perdita del significato di nazione, ma sollecitano, contraddicendosi, la distruzione neoliberale dello Stato-Nazione. I protezionisti verdi scoprono lo Stato-Nazione come difensore dell’ambiente. I protezionisti rossi rispolverano la lotta di classe e la globalizzazzione serve per ribadire le loro ragioni.
Da tempo viviamo in una società mondiale, dove nessun paese, nessun gruppo può isolarsi dall’altro. Per società mondiale si intende l’insieme dei rapporti sociali che non sono integrati nella politica dello Stato-Nazione.
La globalizzazione è intesa come il processo in seguito al quale gli Stati nazionali e le loro sovranità vengono condizionati da attori transnazionali. Una differenza essenziale tra la prima e la seconda modernità è la irreversibilità della globalità e, a tal proposito, solo acquistando la prospettiva della multidimensionalità della globalità si smentisce che il globalismo sia nella natura delle cose; le diverse logiche particolari della globalizzazione ecologica, culturale, politica, devono essere decifrate e comprese nelle loro interdipendenze. La globalità risulta irreversibile per varie ragioni come la crescente interazione del commercio internazionale, le connessioni globali dei mercati finanziari, la crescita delle imprese transnazionali, la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le rivendicazioni dei diritti umani che si impongono universalmente, i flussi di immagine dell’industria culturale globale, gli attori transnazionali sempre più potenti, accanto ai governi, la povertà globale, la distruzione globale dell’ambiente, i conflitti transculturali locali.
Come un container, lo Stato simula un’unità territoriale in cui le categorie dell’auto-osservazione statale divengono le categorie delle scienze sociali empiriche, così che le decisioni sociologiche della realtà finiscono per confermare la descrizione che lo Stato attribuisce a se stesso. In base a questa teoria le società presuppongono il dominio statale dello spazio, per cui le società sono subordinate allo Stato; la politica non risulta collegata alla società, ma allo Stato; l’omogeneità interna delle società è una creazione del controllo statale.
Wallerstein individua il motore della globalizzazione nel capitalismo, sostituendo l’immagine di singola società separata con l’immagine di un sistema-mondo nel quale tutti devono collocarsi e affermarsi in una divisione del lavoro. L’economia mondiale capitalistica consiste in un unico mercato dominato dal principio della massimizzazione del profitto, dalla presenza di strutture statali ( che tendono a incrementare i guadagni di gruppi particolari) e dall’appropriazione del plus-lavoro in virtù di uno sfruttamento che comprende tre livelli: spazi centrali, semiperiferie e paesi periferici. Nel sistema-mondo pensato da Wallerstein si acuiscono i conflitti perché crescono le diseguaglianze.
Anche Rosenau rompe con il pensiero nazional-statale, ma non si avvicina al concetto di sistema-mondo, bensì distingue due fasi della politica internazionale e individua la globalizzazione come il superamento della politica internazionale. Adesso è cominciata la politica postinternazionale nella quale gli Stati devono dividersi il potere con organizzazioni internazionali, gruppi industriali, nonché con movimenti politici trans-nazionali.
Con Rosenau si può parlare di politica mondiale policentrica nella quale tutti gli attori (il capitale, i governi, la Banca Mondiale, Greenpeace) lottano gli uni contro gli altri per imporre i propri interessi. Nel quadro di questa politica mondiale policentrica si distinguono le organizzazioni transnazionali che agiscono in collaborazione o scontrandosi, i problemi transnazionali (clima, AIDS, denutrizione) che determinano l’ordine politico attuale, gli eventi transnazionali (mondiali di calcio, guerra nel Golfo, in Iraq) che provocano turbolenze nei diversi continenti e le comunità transnazionali, basate sulla religione, sul sapere, sugli orientamenti politici.
Lo sviluppo del mercato mondiale ha profonde conseguenze sulle culture e sugli stili di vita. Questa globalizzazione culturale consiste nella fabbricazione di simboli culturali e in una loro sempre più estesa convergenza: sembra sorgere un unico mondo di merci nel quale gli unici simboli sono quelli del capitalismo e del consumismo. Il locale e il globale non si escludono, al contrario il locale deve essere appreso come un aspetto del globale. Globalizzazione significa anche unirsi, l’incontrarsi di culture locali e perciò Robertson propone il termine glocalizzazione.
Secondo Smith il concetto di “nazionalismo metodologico” ben caratterizza il modo di intendere la società e lo Stato nella prima modernità: essi vengono pensati, organizzati, vissuti come sovrapponibili. Lo Stato territoriale diviene il container della società. Queste società nazional-statali conservano nella vita quotidiana identità fondamentali, la cui ovvietà sembra formarsi su formulazioni tautologiche (es. i Tedeschi vivono in Germania, se esistono ebrei neri ecc…) di normale disordine mondiale, viene recepito in questo orizzonte come una vera minaccia. Questa architettura di pensiero degli spazi e delle identità nazionali si infrange contro la spinta della globalizzazione economica, culturale nel rapporto fra la prima e la seconda modernità in cui non abbiamo più un’etica che detta le regole, ma che le muta; una politica caratterizzata dalla nuova disputa del potere fra attori nazionali e attori transnazionali.
Uno degli aspetti interessanti di questa seconda modernità è il modello coalizzativo di politica diretta globale, che porta a formare alleanze tra coloro che normalmente erano opposti: i gruppi industriali mondiali e i governi nazionali sono sottoposti all’opinione pubblica mondiale e il cittadino scopre che l’atto d’acquisto può essere un atto politico.
La globalizzazione biografica
La poligamia di luogo porta a essere legati a più luoghi che appartengono a mondi diversi; questa sorta di globalizzazione biografica significa che i contrasti del mondo non hanno luogo solo là fuori, ma al centro della nostra vita, in famiglie multiculturali, in azienda o nella cerchia degli amici.
Il passaggio dalla prima alla seconda modernità è segnato anche da questo passaggio dalla monogamia alla poligamia di luogo.
Viviamo in una società mondiale multidimensionale nella quale non vi è però uno Stato mondiale e un governo mondiale e dove è sorto un capitalismo globale disorganizzato.
Il globalismo ha prodotto vari errori quali la metafisica del mercato mondiale, ossia la riduzione della complessità del fenomeno alla sola dimensione economica ridotta a società mondiale del mercato.
Il libero mercato mondiale a cui il globalismo leva un inno sostiene che l’economia globalizzata porterà benessere a tutti. Si trascura intenzionalmente il fatto che viviamo lontano da un modello di libero mercato: affermare che il mercato mondiale rafforza la competizione e comporta un abbassamento dei costi è una affermazione cinica la quale non tiene conto che l’abbassamento dei costi viene ottenuto tramite l’abbassamento degli standard di produzione e di lavoro umani.
Con l’internazionalizzazione e la non globalizzazione si può notare un rafforzamento dei rapporti commerciali transnazionali fra determinate regioni del mondo, America, Asia, Europa, per cui più che di globalizzazione si può parlare di triadizzazione dell’economia. Il globalismo trae il suo potere solo in piccola parte dal suo effettivo verificarsi e perlopiù dalla messa in scena della minaccia, ciò da cui le imprese transnazionali traggono il loro potere è una specie di società del rischio. Il globalismo neoliberale è una manifestazione politica che però si esprime in modo impolitico, non si agisce, ma si ubbidisce alle leggi del mercato mondiale.
La globalizzazione economica non è un meccanismo, non è qualcosa che va da sé, ma è un progetto politico di attori, istituzioni, coalizioni transnazionali.
I più credono che se alla società dei consumi viene a mancare il lavoro salariato, si ha una catastrofe. D’altronde la sostituzione della forza-lavoro con la produzione totalmente automatica, compiuta nel modo giusto, potrebbe offrire possibilità finora inimmaginabili: esse però devono essere colte e realizzate politicamente. Il globalismo neoliberale però diffonde paura e paralizza politicamente, per cui se non si può far nulla allora almeno bisogna proteggersi, con reazioni protezionistiche.
Le risposte alla globalizzazione possono essere la cooperazione internazionale, lo stato transnazionale, il riorientamento della politica della formazione, e l’alleanza per il lavoro d’impegno civile.