Significativamente Oltre

Ripensando il Partito Democratico

 

di Giuseppina Bonaviri
La scorsa primavera, dopo anni di militanza civile e politica con alle spalle la costituente del Pd che avevamo fortemente voluto e che ci aveva visti in prima linea con il gruppo di donne e giovani IE, una soddisfacente candidatura alle regionali nel 2010 decisi di candidarmi alle amministrative del capoluogo ciociaro in qualità di Sindaco Indipendente con due liste civiche pure.
Volevamo lanciare un segnale forte al partito, meglio ai partiti. Il mio stato d’animo era chiarissimo: bisognava remare e con fatica contro lo status quo regnante, contro la deriva politica di un centro sinistra in autodissoluzione, criptico, garante solo in conservatorismo e rendite di posizione.
Impossibilitati a riconoscersi in spazi di malcostume, al contrario, certamente protesi all’interno di un pensiero unitario, predominate a tutela di eguaglianza e dello stato di diritto leso che negli anni era stato capace di arricchire la storia della sinistra che, nonostante minoranza, aveva comunque saputo condizionare le classi dominanti -divenendo una casa comune, sede di confronto democratico e leale, vibrante – mai avremmo potuto negare le proposte della base e degli elettori.
Chiedevamo, con i tanti compagni di viaggio che mi hanno incoraggiato e sostenuto, percorsi di riflessione aperti e criteri chiari per rilanciare una politica visionaria, alternativa e vincente: quella che aveva caratterizzato la storia migliore del popolo italiano. Ci domandavamo come rivitalizzare una sinistra che stava morendo, che perdeva la bussola, che avvizziva.
Non potevamo credere che lo sforzo che sei anni prima, per la nascita del Pd, ci aveva visti uniti, forti e sicuri andasse perso. Come tornare, allora, a diversificare un progetto e un consenso alternativo al malgoverno e al caos regnante in Ciociaria e tipico di tutta la Nazione, come ripensare un Pd e una sinistra protagonista che avrebbe potuto permettersi il superamento della Seconda Repubblica e che invece la teneva e la tiene congelata?
Per molte settimane ci siamo domandati come e dove era stato commesso l’errore della classe politica italiana che, oggi più dello scorso anno, si trovava nella incapacità di influenzare la vita nazionale, la politica locale, gli assetti sociali e culturali di intere fasce di popolazione. Le risposte era tante come i dubbi che ci assalivano. Non potevamo accettare la subalternità all’involuzione democratica determinata ed imposta coscientemente da costoro, non si poteva ammettere che un partito pensato per chiudere la transizione italiana stava invece fallendo. Non si poteva permettere che le debolezze delle classi meno agiate- che la sinistra avrebbe dovuto rappresentare- continuassero a subire insulti per diventare merce di scambio.
Andava, come va riaffermato il primato dei beni comuni.
La degenerazione nello “scambio” locale diveniva rigetto di quelli spazi di partecipazione democratica che non ci potevamo permettere di ridurre solamente a macchina di consenso per i notabili territoriali come anche le primarie andavano e vanno ripensate fuori “dall’autoconservazione della specie” di leader mediatici che continuano ad autorizzare la nascita di micro gruppi di clientele poste sotto un simbolo ed una idea che fu, un tempo non lontano, attrattiva ed imponente.
Adesso rimane il residuo di una politica debole e non convincente verso un elettorato che manifesta la sua insoddisfazione, all’interno del Pd col 40% dei voti ai nuovi rottamatori all’esterno col 25% al M5s, con tre quarti dell’elettorato esterno al Pd e che così ne riesce a detenere solo un quarto. Un Pd che continua a tenere fuori dal dibattito persino grandi personalità perdendo consensi, inoltre, proprio dal ceto meno agiato.
La mia candidatura da intellettuale indipendente a Frosinone non è stata indolore. Ha testimoniato, anticipatoriamente, le pene che si pagano causa la frammentazione e la inedita incapacità di riconoscimento delle differenze identitarie, della compattezza fuori dai conflitti locali.
Chiedevamo e chiediamo partiti ed amministratori non oscurati nelle pieghe della spesa pubblica, non incapaci di parlare ai tormenti della società e nella impossibilità di stimolare una diversa governabilità.
Chiedevamo -ed ora più di allora- capacità di innovazione e di pensiero critico avendo sottoscritto, con il nostro coraggioso gesto, un inno alla creatività sociale e civica: ci si rispose e si continua a rispondere con l’autoreferenzialità di un ceto politico sterile e cannibalesco che non mobilita coscienze, confronto pubblico e informato ne tantomeno apertura alle idee e al cuore.
Non mi ritrovavo in questa pantomima. Non potevamo accettare un partito feticcio che invece avevamo desiderato tanto per passioni lontane e visioni distinte, differenti, una sinistra ostile al suo elettorato e troppo prudente, lacerata da lotte interne, caratterizzata nei territori da personaggi senza storia, supini al potere.
Quando un partito auto digerito dal suo cambio di linea etico non si accorge che ha fatto a meno dell’Italia reale, di quell’Italia che unica e sola può rappresentare innovazione e crescita, quel partito non è più riconoscibile e non può rappresentarci.
Questa che raccontiamo è la parabola di una classe dirigente chiusa nella voragine dei propri veti, che ha interamente fallito, che dovrebbe avere il coraggio, ancor prima che si rilanci un progetto serio, di dimettersi tutta a partire proprio dai corpi intermedi e dalle sedi periferiche che ha volutamente dimenticato.
Per vincere lo smarrimento attuale c’è bisogno, allora, di abbattere la sfiducia e riscattare gli elettori rendendo possibile la rinascita di quei percorsi propulsivi che l’ultimo Pd, spento e comatoso, non ha permesso. Un rinnovato cosmopolitismo inizia dal “passare la mano” andando fuori dai personalismi e consociativismi, dallo zoccolo duro di gruppi di potere trasversali, valorizzando il principio di rispetto verso la cittadinanza attiva.
E nonostante tutto, paradossalmente, sarebbe sbagliato ritenere che il problema sia separabile dalla soluzione della crisi del Pd. Va ammesso che il Pd potrebbe rappresentare quel partito di sinistra nella cultura moderna, quella formazione capace di virulentare i luoghi del dibattere, capace di plasmare una società forte, di ascoltare e di interagire con la base solo se tornasse ad avere il coraggio di rischiare con la certezza di rimanere la solida architrave del sistema politico italiano in liquefazione.
Si sceglie un partito per dare un contributo all’amor patrio non si sceglie la politica come mestiere. Il futuro della sinistra non può rimanere una ipotesi.
Ricreare la giusta tensione vuol significare muoversi verso qualcosa. Penso ad un partito di sinistra che si lasci fecondare continuamente, che faccia della pulsione e dell’eros la sua carta valoriale, che non abbia timore a desiderare l’altro. Non è più il tempo delle economie finalizzata all’utile. Favoriamo la produzione di coscienze sane quale basi della cosa pubblica, mobilitiamo intelligenze, promuoviamo confronto aperto.
Ritenendo di non dovere essere silenti, caricandoci il peso dell’attuale spaesamento-sgomento, della protesta, della delusione e della rabbia andiamo incontro alla tristezza che ci ha pervaso. Ricostruire un progetto riformista in discontinuità con la mala gestione della cosa pubblica, un progetto politico dove riconoscersi non sia un optional è basilare per contrastare crisi economica e decadimento della democrazia.
La riflessione che ci aspetta sarà più preziosa se capace di coinvolgere tanti, oltre i confini del Pd.

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