Significativamente Oltre

Riforma PA – Qualche idea

padi Aldo Perotti
Ho buttato giù qualche idea innovativa su come cambiare il lavoro pubblico nel nostro paese partendo dall’analisi dei momenti principali della vita di un dipendente pubblico. Chissà che non arrivi qualcosa a chi può decidere.
L’ingresso
Su questo tema la Costituzione parla chiaro: si accede per concorso (salvo eccezioni). Ma è il concorso il modo migliore ? Forse no, o non sempre, visto che la stessa Costituzione prevede la possibilità – per legge – di derogare. Il termine concorso è poi abbastanza vago per cui negli anni le modalità operative si sono via via diversificate, specificate, dettagliate, trasformando il “concorso” in oggetto piuttosto misterioso, dalle diverse forme e sembianze in funzione della tipologia di impiego a cui si accede. Si trasforma spesso in “concorsone” con una platea immensa di partecipanti che aumentano in maniera direttamente proporzionale al tasso di disoccupazione. Senza disoccupati chi parteciperebbe ad una selezione così folle? E per uno stipendio, a pari livello, mediamente inferiore a quello di un lavoro privato? Negli anni del boom economico l’impiego pubblico era un “ripiego”, un second best. Oggi, in funzione della sicurezza che garantisce, è indubbiamente molto ambito. Ambitissimo addirittura in quei casi, in realtà limitati numericamente rispetto alla platea degli impiegati, dove si può godere di eccezionali e spesso ingiustificati privilegi.
Se guardiamo al passato quando il numero dei concorsi, le procedure selettive, erano molto più numerose, più facili, più o meno pilotate (quanti scandali), ma anche al presente, con prove selettive di carattere sempre più nozionistiche e mnemoniche, che selezionano gli individui essenzialmente per l’attitudine a memorizzare acriticamente un discreta massa di informazioni, forse il concorso come è stato ed è concepito proprio non funziona.
Se pensiamo poi alla necessità diffusissima di integrare il personale con consulenti, precari, ecc. si capisce che il personale selezionato per concorso in più di qualche caso non da i risultati sperati. Se poi, come avviene oggi, addirittura la dirigenza è selezionata con queste modalità senza tenere in alcun conto di altri parametri quali l’esperienza (quella vera non la semplice anzianità) si capisce come la possibilità che nell’amministrazione accedano persone non del tutto idonee è tutt’altro che remota.
Il modo migliore da sempre per valutare, capire e scegliere le persone è metterle alla prova.
Occorre trasformare il tempo passato a valutare le numerose prove in tempo trascorso a valutare il lavoro.
Prima cosa da fare: i voti contano. Il voto di diploma e quello di laurea sono comunque un indicatore riepilogativo di un periodo abbastanza lungo di vita e di esperienza. Stabiliamo delle soglie di voto per l’accesso anche molto alte (credo lo faccia la Banca d’Italia). Se pensi ad un lavoro pubblico sai che devi arrivare ad un certo livello. La prima prova del concorso è così diluita in più anni. Se lo sai, ti impegni.
Ristretta la platea degli aspiranti inizia il percorso di avvicinamento che è per passi graduali con una selezione di tipo piramidale. Si inizia con degli stage volontari ai quali si accede sulla base di pochi parametri tipo età e voto (lasciamo perdere i titoli di preferenza, di qualsiasi natura, serve gente capace non i figli o gli orfani di gente capace, non è il posto pubblico il modo giusto per fare politiche sociali di quella natura). Allo stage segue un primo tirocinio, poi un secondo, poi un periodo di prova e quindi l’assunzione sempre con la formula che solo la metà passa al livello successivo. In pratica 16 stagisti, 8 primi tirocinanti, 4 secondi tirocinanti, 2 alla prova, 1 assunto. Per il passaggio non sono previste prove, test, esami, ma solo la scelta, essenzialmente un voto, delle persone che già lavorano nell’amministrazione (si potrebbe anche ponderare i voti, ma con grande attenzione per evitare posizioni/gruppi predominanti), comunque una sorta di commissione speciale abbastanza numerosa. Ovviamente astenersi parenti e amici (non votano).Tempi lunghi? Troppo complicato? Non credo. Penso che l’intera procedura possa durare non più di sei mesi. Le fasi hanno durata crescente e i partecipanti percepiscono una frazione dello stipendio (prima 1/16, poi 1/8, ecc.) quindi i costi sono gli stessi di assumere una risorsa a stipendio pieno con sei mesi di prova. Alla fine sempre una risorsa rimane stabile al lavoro ma scelta tra 16 e già inserita nella realtà lavorativa (la più inserita).
E i 15 che non ce la fanno ? Possono provare altrove lo stesso percorso. Sempre meglio che stare a casa ad aspettare una lettera raccomandata.
La modalità di selezione piramidale penso possa essere utilizzata in tutti gli impieghi pubblici (anche per le forze dell’ordine, i magistrati) credo con buoni risultati.
La carriera
Una volta entrati nella PA che succede ? Oggi succede veramente di tutto. In alcuni casi (Ministeri) può non succedere più nulla; si può rimanere in un posto per un tempo indefinito a fare lo stesso lavoro. In altri casi si attivano meccanismi automatici o semiautomatici di progressione economica (esercito, magistratura) in parte anche scollegati dal lavoro svolto. Aggiungiamo il fatto che alcuni passaggi, alcuni incarichi, ricadono nella discrezionalità della politica e si scopre che il detto “o lavori, o fai carriera” rappresenta nella PA un assioma. L’indipendenza, in pratica assoluta, tra la variabile composita lavoro-impegno-risultati  e l’altra variabile carriera-responsabilità-stipendio  è la fondamentale causa della mediamente scarsa produttività del lavoro pubblico a tutti i livelli ed in tutte le situazioni.
Partendo dal fatto che nella Pubblica Amministrazione:
Non è detto che il migliore degli insegnanti diventi Preside
Non è detto che il peggiore dei capitani non diventi colonnello
Non è detto che i migliori funzionari diventino dirigenti
Non è detto che il peggiore dei dirigenti non diventi dirigente generale
Non è detto che chi lavora riceva una qualche forma di considerazione/premio
Non è detto che chi non lavora non venga ugualmente promosso come gli altri
(potrei continuare)
Appare chiaro che in queste condizioni la macchina amministrativa funziona esclusivamente in funzione del fatto che una schiera molto numerosa di persone ritiene, onestamente, di svolgere il proprio lavoro per dovere, per educazione, per amor patrio e perché, anche se poco, lo Stato lo paga. Ovviamente il livello di impegno, presto o tardi, ne risente.
Come uscire da questo vortice infernale che porta a una produttività via via più bassa del personale ?
Potrebbe essere abbastanza semplice secondo il detto “patti chiari, amicizia lunga”.
Bisogna definire a priori dei “percorsi di carriera”. Chi entra nella PA deve sapere con relativa certezza cosa lo attende se, se e se…. Anche in questo caso si deve tenere conto di modalità “piramidali”. Si deve avere, secondo regole certe, la possibilità di accedere ad un livello superiore, ad una posizione di maggiore responsabilità e retribuzione (perché sono quelle le cose che vanno collegate, responsabilità e retribuzione, non altre come avviene di solito con il risultato che identici lavori vengono retribuiti diversamente se uno è dipendente di un Ministero o della Presidenza del Consiglio).
Non sarebbe male anche in questo caso che il sistema di valutazione sia il più democratico possibile. Come nelle cooperative sono i soci che eleggono il presidente nella PA dovrebbero essere i dipendenti che promuovono i dirigenti. Sarebbe anche giusto che il “promosso” possa beneficiare anche del gradimento dei superiori, con la possibilità di un “veto” fortemente motivato, questo per evitare conflitti interni alle strutture. Ovviamente andrebbe studiato un sistema di corresponsabilità e di incentivi/disincentivi che faccia ricadere su chi sceglie le conseguenze di una scelta sbagliata.  Se un  dirigente è inadeguato, sei tu che lo ha messo li che ti vedi, insieme a lui, decurtato dei premi lo stipendio. In considerazione poi del fatto che è possibile che qualcuno si riveli successivamente inidoneo a ricoprire un determinato incarico il “percorso di carriera” deve essere completamente bidirezionale a tutti i livelli, con la possibilità di “degradare”, ovviamente in modo motivato, ma senza troppe complicazioni, chiunque.
Non ho precisato che questo sistema deve anche prevedere la possibilità di inserimenti dall’esterno da attuarsi attraverso la libertà di spostamento orizzontale del personale che deve poter e (dover) occupare posizioni libere. Un piccolo incentivo economico alla mobilità volontaria (e non) renderebbe tutto più semplice e veloce.
E lo scambio pubblico-privato? Si può fare  ma solo sulle posizioni libere e dove i “percorsi di carriera” siano inapplicabili per mancanza di risorse. Che senso ha inserire un esterno che non sa nulla quando c’è un funzionario esperto che meriterebbe di essere promosso ? Giusto, che senso ha, ma è quello che avviene quasi regolarmente. Ovviamente l’ultimo arrivato trova di solito un ambiente leggermente ostile che non gli renderà la vita facile. Con conseguenze infauste per produttività e risultati.
La PA ha essenzialmente bisogno di ridurre e magari azzerare i livelli di incazzatura e di frustrazione delle sue risorse frutto di un complesso di norme che sembrano fatte apposta per rendere difficile tutto. Qualsiasi operazione diretta alla semplificazione ed alla eliminazione di anomale disparità, di privilegi ingiustificati e di immotivate complesse procedure contribuirà sicuramente a ridurre lo stress a livelli più accettabili ed ad aumentare la produttività.
L’uscita
L’uscita è la pensione. Si, pare semplice.
Nella pubblica amministrazione si osserva che:
Ci sono persone stanche, frustrate, che vorrebbero andare in pensione e non possono per vari motivi (no età, no contributi, bisogno di soldi).
Ci sono persone molto attive che sono costrette ad andare in pensione ma non vorrebbero (o meglio non vorrebbe la PA perché gli fanno in qualche caso sempre comodo come “memoria storica”).
Ci sono persone che, pure se in pensione, continuano per vie traverse a lavorare nella PA cumulando due redditi (alcune volte sono quelle della riga sopra, le più furbe tra queste però).
Ci sono persone che per competenze, età e/o condizioni personali (malattie, ecc.) si trovano oggettivamente nelle condizioni di non poter/voler dare molto alla PA, che sono ancora lontane dalla pensione ed alle quali occorrerebbe trovare una diversa e più appropriata collocazione lavorativa.
Ed altro.
Qualche soluzione.
Stabiliamo un’età (un numero) unica ed universale in cui ogni rapporto tra la PA ed il suo dipendente termina senza possibilità di deroga. Diciamo 70 anni. Nessuno e per nessun motivo (magistrati, ufficiali, direttori, ecc.) può lavorare per la PA dopo quell’età (ammesse solo cariche onorifiche senza retribuzione ne responsabilità alcuna, niente incarichi ne consulenze).
Stabilito che il diritto alla pensione segue nella PA la normativa comune di tutti i lavoratori per età, anzianità, contributi, ecc. sarà possibile per chiunque, se vuole, chiedere di superare l’età e continuare a lavorare fino ai 70 anni alle stesse condizioni. Il prolungamento dovrà essere richiesto/autorizzato dall’Amministrazione solo se realmente necessario e non sarà possibile nel caso ci siano risorse disponibili nel “percorso di carriera”, questo per soddisfare le aspettative di chi, più giovane, può legittimamente aspirare a fare un passo avanti. In caso di mancanza di autorizzazione il diritto alla pensione diventa un dovere e si potrà comunque svolgere una attività secondaria ovviamente non per l’Amministrazione di provenienza

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