Significativamente Oltre

Primarie Presidenziali USA 2012: Intervista a Joseph Di Virgilio

Intervista a Joseph Di Virgilio (IE) per La Stampa

di Francesco Semprini, new york

L’America dei mercati spera di vedere Barack Obama o Mitt Romney alla Casa Bianca? Lo chiediamo a Joseph Di Virgilio, guru di Wall Street e membro del Mensa, il club più antico dei cervelloni di tutto il mondo.

«Secondo la mia opinione i mercati sperano nell’elezione di Mitt Romney, perché sino ad ora si è assistito a un miglioramento solo marginale dell’economia e il tasso di disoccupazione è ancora sopra l’8%, il 15% se si considerano anche coloro che non cercano lavoro. Inoltre il comparto manifatturiero è ancora debole, la spesa pubblica continua a crescere e il mercato immobiliare resta piuttosto fragile».

Quindi ritiene che Romney potrebbe fare meglio?

«No io riferisco quella che è la percezione dei mercati. Io non sono sicuro che Romney possa fare meglio. Ad Obama è stata attribuita la colpa della situazione di dove ci troviamo ora quando in realtà ha ereditato una situazione economico-finanziaria già compromessa».

Quindi se la disoccupazione è ancora alta non è tutta colpa di Obama? «Come ho detto il presidente in carica ha ereditato una situazione già compromessa e molto e per questo si sarebbe dovuto focalizzare da subito e in maniera aggressiva su economia e occupazione, anzichèé puntare ad altri aspetti come la riforma sanitaria. Il Paese aveva altre priorità rispetto all’Obamacare. Poi due anni fa, nelle elezioni di Metà mandato, ha perso il controllo del Congresso e la sua agenda è diventata una missione impossibile. Come se non bastasse la politica monetaria e l’aumento della spesa pubblica hanno ulteriormente peggiorato le cose».

Che ne pensa delle dottrine economiche dei due candidati?

«Obama vuole aumentare la tassazione sui redditi superiori ai 200 mila dollari l’anno, ovvero circa il 2% dei cittadini: non penso che contribuisca a risolvere la situazione. Oltre tutto questo penalizzerebbe chi lavora sodo, in particolare quegli imprenditori che hanno fatto sacrifici per accumulare una ricchezza, coloro che hanno avviato attività e dato lavoro a molte persone. Romney da parte sua non ha dato indicazioni chiare su come vuole rimettere in moto la locomotiva americana. Ha promesso di creare 12 milioni di posti di lavoro nei primi quattro anni di mandato, una visione vista positivamente da molti economisti. Anche Obama parlava di “change” ma in realtà il cambiamento promesso nel 2008 non è avvenuto mentre la comunità degli investitori vorrebbe un cambiamento radicale. Ma questo ripeto è solo un’illusione. Il punto è che l’economia americana ha difetti nei fondamentali che devono essere corretti e anche velocemente. Questo richiede uno sforzo bi-partisan, cosa che negli ultimi due si è stati ben lungi dal vedere». Cosa dovrebbe fare il nuovo (o vecchio) presidente appena ottenuto il nuovo mandato?

«Chiunque amministri il Paese deve nel 2013 mettere a punto un piano di tagli fiscali trasversale. Gli Stati Uniti hanno perso competitività con l’outsourcing di tante attività e la fuga delle Corporation verso Paesi con tassazione più bassa. Dovremmo invertire il trend, riportare entro i confini nazionali le imprese e generare occupazione, anche con incentivi fiscali. Inoltre si dovrebbe procedere a un taglio della spesa pubblica, una contenere il debito, ridurre il personale militare in patria e all’estero, e semplificare il codice tributario. Non dimentichiamoci che il “Sogno americano” aveva la sua essenza nel settore manifatturiero e in una moneta forte. Oggi ci troviamo in una situazione del tutto opposta, ovvero un dollaro debole, il manifatturiero che zoppica, elevati livelli di debito, tassi di interesse praticamente a zero e, nonostante le migliaia di miliardi di dollari iniettati nel sistema, l’economia è cresciuta nel secondo trimestre dell’1,7 per cento». Sul fronte delle tasse Romney è affidabile, dopo la controversia sul 15% di tax break e l’affare Bain Capital? «Romney è un uomo ricco con patrimonio di circa 400 milioni di dollari. Questo non può non far pensare che tenda a favorire le persone come lui. Il punto è che potrà pure tagliare le tasse e fare tante altre cose, ma sono piuttosto scettico sui risultati, non perchèé sono politicamente agnostico, ma perché il sistema ha una frattura profonda  e ci vorranno molti anni per rimetterlo a posto. Inoltre penso che ogni presidente sia condizionato dagli interessi di chi lo sostiene, siano esse aziende, individui o lobby, e per questo talvolta deve cedere alle pressioni sebbene questo non coincida con ciò di cui il Paese ha bisogno per crescere».

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