Significativamente Oltre

Lettera aperta al Presidente Monti e al Ministro Fornero

di Domenico De Masi (su Corriere della Sera del 29 Febbraio 2012)

Non è solo una questione economica. Il lavoro e la sua mancanza sono oggi ai primi posti nell’agenda del Governo e sui media. Ma l’ottica con cui si affronta il problema è esclusivamente economico e giuridico laddove, invece, il pianeta lavoro è di natura plurima e non può essere esplorato senza l’apporto di molte altre discipline: la psicologia, la sociologia, le scienze organizzative, l’antropologia, la medicina, ecc. Qualsiasi soluzione unidimensionale di un problema così complesso è condannata al fallimento.

Vale perciò la pena di ricordare alcuni aspetti della questione lavoro che il dibattito prevalentemente economico e giuslavoristico sta trascurando ma che la rivista NEXT e il movimento ad essa collegato stanno privilegiando sistematicamente nelle loro analisi.

Molte realtà, una sola parola per dirlo. Quando mio padre parlava di lavoro pensava ai braccianti agricoli; quando io, da giovane, parlavo di lavoro, pensavo ai metalmeccanici della catena di montaggio. Ma oggi, cosa è il lavoro? chi sono i lavoratori? E’ possibile dire, indifferentemente, che un tornitore lavora, un bancario lavora, un artista, uno scienziato lavorano? Già lo scrittore Joseph Conrad si chiedeva: “Come faccio a spiegare a mia moglie che, quando guardo dalla finestra, io sto lavorando?”

Il fatto stesso di usare una parola sola per esprimere realtà profondamente diverse induce a comprimerle in un’unica camicia di forza normativa. E’ logico, ad esempio, che un giornalista vada in pensione anche se vorrebbe scrivere ancora? Ed è logico che debba andarci, obbligatoriamente, alla stessa età di un minatore?

Lavoro fisico, lavoro intellettuale. Quando Marx scriveva il Capitale, a Manchester, la città più industrializzata del mondo, gli operai in fabbrica rappresentavano il 94% di tutta la forza lavoro e solo il 6% svolgeva mansioni impiegatizie. Da allora in poi, per centocinquanta anni, nei paesi industriali tutta l’organizzazione e la legislazione del lavoro si sono riferite al lavoro fisico e non a quello intellettuale. Ma oggi, in Italia, gli operai non arrivano neppure al 33% della popolazione attiva. Un altro 33% svolge ruoli di tipo impiegatizio. Un ultimo 33% produce idee svolgendo attività di tipo creativo. Due terzi del lavoro non consiste più in fatica ma in pensiero. Eppure, nelle discussioni e nelle proposte in corso non vi è traccia di questa profonda differenza strutturale. E’ possibile trascurarla? Un medico accomunerebbe e curerebbe con lo stesso farmaco tre tipi così diversi di pazienti?

Mezzo secolo di decrescita. Gli economisti e i governi italiani stanno programmando il nostro futuro partendo dal presupposto che il Pil si è bloccato a partire dalla crisi finanziaria del 2008 ma che presto ricomincerà a crescere anche grazie alla proroga dell’età pensionabile e all’abolizione dell’articolo 18. Ma i dati ci dicono che il nostro Pil crebbe di 5,5 punti negli anni Sessanta; di 3,8 punti negli anni Settanta; di 2,4 punti negli anni Ottanta; di 1,6 punti negli anni Novanta; di 0,3 punti nell’ultimo decennio. Dunque la nostra crescita rallenta da mezzo secolo ed ora è azzerata. Come mai? E’ realmente possibile invertire questo trend, come ci assicura il Governo?

Io credo che la nostra decrescita è causata soprattutto dalla globalizzazione. Le diverse economie del pianeta sono ormai interconnesse e i paesi già ricchi non possono sperare di arricchirsi ulteriormente, a spese dei paesi emergenti. Negli ultimi dodici anni il nostro Pil pro-capite è cresciuto di 1,7 volte; il Pil pro-capite della Cina e dell’India sono cresciuti di cinque volte. Anche le nostre esportazioni sono cresciute di 1,7 volte ma quelle indiane sono cresciute di sei volte e quelle cinesi di otto volte. Il Pil della Cina ha superato quello del Giappone e sta per superare quello degli Stati Uniti; l’India ha superato la Spagna; il Brasile ha superato l’Italia. Per secoli i ricchi credenti hanno pregato il buon Dio affinché aiutasse i poveri; a quanto pare, da qualche anno a questa parte, le loro preghiere cominciano ad essere ascoltate.

E’ plausibile che, in un’economia mondiale fatta di vasi comunicanti, l’Italia con i suoi 37.000 dollari pro-capite continui a crescere lasciando la Cina a 3.740 dollari?

Le previsioni più affidabili ci assicurano che, entro dieci anni, il Pil complessivo del pianeta crescerà di 8 punti ma quello dell’Europa diminuirà di 15 punti. In campo energetico, ciò significa che l’Europa dovrà ridurre di almeno 30 milioni di tonnellate il suo fabbisogno di prodotti petroliferi. Altro che crescita!

Invece di inseguire questa improbabile chimera, sarebbe più saggio programmare una decrescita equilibrata, puntando sulla longevità, sulla scolarizzazione, sui consumi culturali e sulla qualità della vita che, per fortuna, non sono in rapporto diretto con la ricchezza. Tutte le ricerche sul benessere indicano che, sopra i 15.000 dollari di reddito pro-capite, la felicità non cresce.

Oggi siamo imprigionati nel circolo vizioso del consumismo: la pubblicità ci inculca bisogni futili, le banche ci fanno credito per soddisfarli, le imprese ci forniscono beni rapidamente superati da altri beni che la pubblicità rende più appetibili. Il Governo dovrebbe avere il coraggio di ispirare le sue decisioni a un nuovo modello di vita capace di sostituire la corsa al denaro, al possesso e al potere con la soddisfazione solidale di bisogni come l’introspezione, l’amicizia, l’amore, il gioco, la bellezza e la convivialità. Ma bastano gli economisti e i giuslavoristi per elaborare un simile modello?

Sviluppo senza lavoro. Con questo titolo già nel 1994 pubblicai un libro con cui cercavo di sfatare il mito sempre corteggiatissimo della piena occupazione. Keynes  riteneva che nessuna economia potesse superare impunemente un tasso di disoccupazione del 2%. Poi questo limite è stato elevato man mano: oggi si considera “fisiologico” un tasso del 6% e si finisce per accettare anche una disoccupazione che sfiora le due cifre.

Nel mondo ci sono 205 milioni di persone senza lavoro; 75 milioni sono giovani. Per la prima volta nella storia i posti di lavoro diminuiscono soprattutto nei paesi più industrializzati, proprio a causa della loro modernità. Negli Stati Uniti e in Europa, nell’arco di sei anni, il settore manifatturiero ha perso 6.118.000 posti, il settore delle costruzioni ne ha perso 4.500.000, il settore della logistica ne ha perso 770.000.

Ciò che gli economisti si ostiniamo a disconoscere è che, grazie al progresso tecnologico, allo sviluppo organizzativo e alla globalizzazione, abbiamo imparato a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano. In altri termini, siamo diventati più civili. Ma, di fronte al diminuire del lavoro, invece di ridistribuirne equamente la parte residua, i genitori continuano a sgobbare 10 ore al giorno mentre i loro figli restano disoccupati.

Quando erano automatiche,  le macchine sostituivano un numero di lavoratori pari o inferiore ai posti di lavoro che esse stesse creavano direttamente o indirettamente; oggi, invece, gli apparati elettronici, l’informatica, i laser, le nanotecnologie, le fibre ottiche riescono a creare molti più prodotti con molto meno apporto umano e distruggono più lavoro di quanto ne creano. Per ogni posto di lavoro che crea, un centro commerciale ne distrugge sette; il bancomat toglie lavoro a migliaia di cassieri di banca; i tablet sostituiscono milioni di addetti alle cartiere, alle tipografie e alle edicole.

Nel 1891 gli italiani erano meno di 40 milioni e lavorarono per un complesso di 70 miliardi di ore. Cento anni dopo – nel 1991 – erano diventati 57 milioni eppure lavorarono solo 60 miliardi di ore. Però, grazie al progresso tecnologico e allo sviluppo organizzativo, produssero ben 13 volte di più. In Francia – secondo Olivier Marchand e Claude Thélotnell’arco di due secoli la durata del lavoro individuale si è dimezzata, l’occupazione è aumentata di 1,75 volte, la produzione è aumentata di 26 volte, la produttività oraria del lavoro è aumentata di 30 volte.
E’ questo il Jobless Growth, lo viluppo senza lavoro. Già in tempi di tecnologie meccaniche Alexis Léontiev scrisse: “Illudersi che i lavoratori sostituiti dalle nuove macchine possano essere reimpiegati nella produzione di altre macchine, è come illudersi che i cavalli sostituiti dalle automobili possano essere reimpiegati nelle industrie automobilistiche”. Cosa direbbe ora Léontiev di fronte alle tecnologie elettroniche?

 

Garantiti e precari

In pochi giorni tre autorevoli membri del Governo hanno sparato a zero contro il lavoro fisso. Ha iniziato il Presidente Monti: “I giovani devono abbandonare l’idea del posto fisso, che monotonia!”. Ha proseguito il ministro del Welfare Fornero: “Uno degli scopi di questo Governo è non dare l’illusione del posto fisso a vita che non si può promettere”. Ha concluso (almeno per ora) il ministro degli Interni Cancelllieri: “Gli italiani sono fermi mentalmente al posto fisso, nella stessa città, magari vicini a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale”.

La prima impressione che si ricava da questo fuoco di fila è che la coincidenza di esternazioni contro il posto fisso non sia casuale ma corrisponda a una crociata intenzionalmente orchestrata per uno scopo ritenuto prioritario da questo Governo. La seconda impressione è che questi ministri considerino il posto fisso come una categoria minoritaria e residuale del mercato del lavoro, mentre riguarda la grande maggioranza dei lavoratori e rappresenta una conquista civile, altrettanto utile ai lavoratori e ai datori di lavoro.

Rivediamo i dati: i lavoratori in Italia sono 23 milioni, di cui 17 milioni lavorano alle dipendenze di imprese o della Pubblica Amministrazione. La stragrande maggioranza di questi – 15 milioni, pari all’87% – ha un posto fisso mentre 2.182.000, pari al 13%, rappresentano la galassia dei lavoratori precari.

Il posto fisso, cioè senza l’incubo di una scadenza, conviene al lavoratore perché gli permette di programmare la sua carriera, la sua vita personale e familiare; ma conviene anche al datore di lavoro perché gli permette di fidelizzare la propria forza lavoro, di formarla, di motivarla. Quando il lavoro era prevalentemente fisico ed esecutivo, l’organizzazione era centrata sul controllo; ora che è prevalentemente intellettuale e spesso creativo, ha bisogno imprescindibile di operatori motivati. La precarietà è la tomba della motivazione e, quindi, è la tomba della produttività. Questo può sfuggire agli economisti e ai giuslavoristi perché attiene alla psicologia e alla sociologia. Sta di fatto che i principali oppositori del posto fisso, parlano nella comoda e incoerente posizione di chi il posto fisso ce l’ha.

Il lavoro precario introduce nella vita del lavoratore una deprimente sensazione di fragilità e di estraneità che conduce all’anomìa.

 

Neet. In tutto l’Occidente il lavoro diminuisce mentre coloro che vorrebbero lavorare aumentano. Inoltre, chi ha investito anni di studio e soldi per conseguire un livello elevato di formazione, resiste all’idea di svolgere un lavoro meno qualificato e retribuito di quello cui si è psicologicamente e professionalmente preparato. In Italia sono circa due milioni i giovani che hanno terminato gli studi e, dopo anni di frustrante ricerca, hanno smesso di cercare un’occupazione. E’ il popolo dei Neet (Not in Education, Employment or Training) pari al 21% di tutti i giovani tra i 15 e i 29 anni.

Insieme ai disoccupati e a quei pensionati che vorrebbero lavorare ancora, essi costituiscono una massa crescente di cittadini cui è consentito consumare ma non è consentito produrre. Questa condizione, privilegio dei nobili quando il lavoro era fatica fisica, ora che il lavoro è prevalentemente intellettuale diventa condanna all’inutilità sociale, alla depressione, alla devianza. Quali squilibri subirà il sistema sociale quando questa massa di inerti per obbligo raggiungerà i dieci milioni?

Dopo le recenti decisioni governative che hanno prorogato l’età pensionabile senza però ridurre gli orari di lavoro, per questi né-né  la speranza di trovare un’occupazione anche precaria è stata ulteriormente vanificata: perché essi possano essere riassorbiti dal mercato del lavoro, non solo occorrerebbe l’improbabile crescita economica, ma questa crescita dovrebbe essere così irruenta da creare milioni di posti in pochi mesi.

La maggioranza degli attuali trentenni – ricchi o poveri che siano – si ritrovano in una condizione professionale peggiore di quella in cui si trovavano i loro genitori quando avevano la stessa età. Cosa sarà dei loro figli (se potranno permettersene) quando, a loro volta, avranno trent’anni?

 

Che fare. La guerra sferrata dal Governo contro il posto fisso vorrebbe insinuare nella mente dei precari che, rendendo precari anche i garantiti, l’economia crescerà e ci sarà lavoro per tutti. Come possa derivare la sicurezza di alcuni dall’insicurezza di tutti, è un mistero.

I risultati di una mia nuova ricerca sulla gestione del personale nel prossimo futuro evidenziano come, da qui in poi, è l’azienda che dovrà inseguire i talenti sempre più nomadi e, quando riuscirà a trovarli, dovrà corteggiarli per non essere abbandonata.

Vi sono solo tre rimedi alla disoccupazione provocata dal Jobless Growth: indurre i giovani ad accettare anche lavori ritenuti degradanti, ora delegati agli immigrati; ridurre drasticamente – come suggeriva Keynes fin dagli anni Trenta – l’orario di lavoro per quel 66% di occupati che svolgono mansioni di tipo esecutivo; vietare ai workaholics le ore non retribuite di lavoro straordinario.

In Italia, soprattutto grazie all’invecchiamento della popolazione, in tre anni sono stati creati 125.000 posti di lavoro per “unskilled workers” come le badanti, i camerieri, gli autisti, le colf e le baby sitter. Se il trattamento che i datori di lavoro riserveranno a questi collaboratori domestici diventerà meno schiavistico e se le loro prestazioni verranno meglio professionalizzate e apprezzate, sarà possibile dirottare su questi posti di lavoro anche giovani italiani con diploma e laurea.

Quanto ai workaholics, nel nostro Paese sono almeno due milioni i manager e i professionisti che ogni giorno fanno almeno un paio di ore di overtime, pari a una massa di 880 milioni di ore, che potrebbero essere convertite in 500.000 nuovi posti di lavoro per gli inoccupati.

 

In conclusione. Come si vede, il problema lavoro è assai più complesso di quanto credano gli economisti e i giuslavoristi oggi al governo. Hannah Arendt si chiedeva: “Cosa succede in una società fondata sul lavoro quando il lavoro viene a mancare?”. Succede che occorre mettere mano a un nuovo modello di vita che non corrisponde né al Washington consensus né al Beijing consensus perché richiede un patto inedito fra le generazioni, basato sull’equa ridistribuzione del lavoro, della ricchezza, del sapere, del potere, delle opportunità e delle tutele. Altro che articolo 18!

 

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