Significativamente Oltre

La Pubblica Amministrazione sia noi

di Aldo Perotti

C’è una corrente di pensiero, negli ultimi anni assolutamente maggioritaria credo in gran parte del’occidente,che ritiene la Pubblica Amministrazione uno dei fattori limitativi dello sviluppo a causa dei suoi malfunzionamenti, della sua storica “rigidità” ed inefficienza. Questa posizione è all’origine di tutto quelle iniziative che puntano a ridurre la dimensione, l’importanza e specialmente i costi della “mano pubblica” per sostituirla con soluzioni alternative ispirate all’economia di mercato, alla libera concorrenza, all’iniziativa privata.

Sarebbe utile ricordare ai promotori di questa visione che la Pubblica Amministrazione non è una malattia, un ostacolo naturale od una credenza tribale destinata a scomparire con il progredire della scienza e della tecnologia, ma è un’invenzione dell’uomo, una necessità, la soluzione di un problema.

La Pubblica Amministrazione  compare nella storia in tempi relativamente recenti, prima – fino al medioevo –  potremmo dire che non esisteva. La Pubblica Amministrazione nasce e cresce di importanza essenzialmente in riferimento allo sviluppo di modelli partecipativi, è collegata alla democrazia. L’amministrazione è pubblica  perché è di tutti, altrimenti diventa amministrazione della cosa pubblica da parte di pochi o forse di uno solo, che è la monarchia o la dittatura.

Se in ossequio alle idee liberiste trasferissimo la gestione di tutti i servizi pubblici a dei privati potremmo arrivare al paradosso che pochi singoli –  e teoricamente addirittura uno solo (un monopolista)– divenga amministratore di tutto, raccolga le tasse, assuma e comandi gli eserciti, costruisca ospedali e scuole, assegni gli alloggi e perché no amministri la giustizia. Diverrebbe lui stesso lo Stato. Quando la Pubblica Amministrazione cede il passo all’impresa ed all’iniziativa capitalistica in certi settori inevitabilmente il sistema perde punti in termini di democrazia, tutti perdiamo un po’ di importanza e di libertà.

La dimensione e i costi della Pubblica Amministrazione potrebbero anzi essere considerati forse un indicatore di democrazia; li proprio dove la pressione fiscale è più elevata, si pensi ai paesi del Nord Europa, assistiamo a forme di democrazia più “compiuta” e senza che questo costituisca alcun limite allo sviluppo.

Se è vero che i malfunzionamenti e le inefficienze possono costituire un problema e un vincolo per l’avvio di certe iniziative, ovvero limitare un certo sviluppo economico, di contro la Pubblica Amministrazione costituisce l’unico ed il fondamentale custode e tutore degli interessi collettivi, da sempre e sempre più spesso in contrasto con gli interessi dei singoli o delle lobby.

La Pubblica Amministrazione è l’esecutore della volontà collettiva che viene “definita” attraverso gli strumenti della democrazia mediata di cui disponiamo (il Parlamento, il Governo). Molte disfunzioni sono anche da ricondurre a questa “mediazione” spesso causa di indicazioni contraddittorie e non sempre trasparenti; chissà se modelli e forme di democrazia diretta non siano in grado risolvere molti dei problemi della Pubblica Amministrazione.

Se più Pubblica Amministrazione vuol dire più democrazia, allora una Pubblica Amministrazione migliore è allo stesso tempo  presupposto e sintomo di un democrazia  moderna e funzionale, promotrice di forme di sviluppo  equilibrato ed  egualitario, sotteso a dinamiche redistributive della ricchezza, e non  mirato al solo incremento del PIL, incremento costato quella crescita delle disparità economiche sociali che stanno conoscendo molti paesi in quest’ultimo ventennio definibile post-comunista.

La ri-attribuzione di questo fondamentale ruolo di “specchio della democrazia” alla Pubblica Amministrazione è forse la prima e fondamentale innovazione della quale la politica dovrebbe farsi promotrice. Come uno specchio può deformare le immagini, la collettività spesso non si riconosce nella Pubblica Amministrazione e quello che vede non è se stessa, come dovrebbe essere, ma spesso solo la sua parte peggiore.

E’ vero, l’innovazione tecnologica è importante, come anche possono esserlo nuovi modelli organizzativi, ma fondamentale innovazione potrebbe essere – anche proprio attraverso la tecnologia  – l’avvicinamento della cittadinanza  alla Pubblica Amministrazione in un sistema di interrelazioni forti, qualcosa di non dissimile dal rapporto che ognuno di noi ha con l’amministratore del condominio dove abita. Si deve in qualche modo ridurre la distanza tra lo specchio e la collettività per ridurre le deformazioni.

Ovviamente questo sistema è tutto da definire, da regolamentare, ma lo scopo è quello di dare confidenza del fatto che la volontà e gli interessi collettivi siano effettivamente  “nelle corde” della Pubblica Amministrazione.

Nell’ambito dei procedimenti amministrativi, pure trasformati in maniera radicale negli anni attraverso la trasparenza amministrativa, non si riesce ancora a trasformare il rapporto singolo-P.A.  ma anche il rapporto cittadinanza-P.A. in qualcosa di utile e collaborativo e diverso da quella terribile “caccia all’errore” che contrappone la PA e i suoi interlocutori, e riempie di lavoro i tribunali amministrativi con conseguenti  ritardi  e sprechi di risorse.

Deve tornare ad essere ben chiaro il concetto che “la Pubblica Amministrazione siamo noi “ e non un soggetto terzo e lontano, un variabile indipendente ed imprevedibile, ma piuttosto un circolo, se vogliamo esclusivo, a cui tutti siamo iscritti come soci (cittadini) attivi.

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