Significativamente Oltre

Il futuro del lavoro

di Francesco Grillo (Su Il Messaggero)

Una crescita senza lavoro: è questo il nuovo spettro che preoccupa i governi del mondo. In Europa la ripresa – peraltro assai debole in Italia – rischia di non intaccare tassi di disoccupazione assai elevati con l’effetto di aumentare le diseguaglianze e la frantumazione. Chiunque parli di lavoro non può non tenerne conto, se vuole evitare il rischio di prescrivere cure che nascono obsolete prima ancora di essere somministrate. Ed è  ancora una volta la tecnologia che sta cambiando tutto.

Tra vent’anni, prevede l’Economist nell’ultimo numero dedicato al “futuro del lavoro”, in molte città del mondo non ci saranno più tassisti, sostituiti da automobili che si guidano da sole: un sogno antico che le sperimentazioni di Google stanno avvicinando sempre di più. Forse – aggiunge il settimanale inglese – non ci saranno più neppure i giornalisti che un tempo quando arrivavano in una città nuova ricevevano proprio dai tassisti informazioni di prima mano, perché con Internet stanno cadendo molte delle barriere che proteggono l’accesso privilegiato alla conoscenza di cui questa professione beneficiava. Non ci saranno più neppure i vigili, sostituiti dai telefoni cellulari che forniscono  molte più informazioni di quelle  stradali e dalle telecamere che – con assai maggiore affidabilità e minori costi – possono controllare il traffico e dispensare multe. In uno studio dell’Università di Oxford si calcola che il 47% dei posti di lavoro rischiano di scomparire nei prossimi vent’anni sotto l’urto di un gigantesco tsunami tecnologico.

L’ultima mutazione è però diversa da quelle che l’hanno preceduta: stavolta ad essere automatizzati non sono i lavori manuali nelle grandi fabbriche come con la rivoluzione industriale dell’ottocento e, neppure, quelli contabili come è successo con i computer negli ultimi cinquant’anni. La nuova rivoluzione è quella delle tecnologie che escono dalle fabbriche e dagli uffici e si abbattono sulle quotidianità trasformando le automobili, le piazze, le case, gli ospedali, i libri in oggetti informativi in grado di ricevere, trasmettere ed elaborare informazioni e di prendere decisioni al posto dell’uomo sulla base di quelle informazioni. Ad essere sostituiti sono non solo quelli che lavorano agli sportelli, ma tutti quelli il cui lavoro può essere sostituito da una routine:secondo gli economisti di Oxford sono quasi fuori dal mercato centinaia di migliaia di persone che lavorano alle casse, quando tutti i detersivi saranno forniti di sensori; ma anche i chirurghi rischiano di perdere il proprio ruolo se – almeno per un certo tipo di interventi – riusciremo a incorporare in una macchina il know how del migliore specialista e renderlo fruibile a distanza.

Benessere senza lavoro:i numeri confermano che il fenomeno è già ampiamente in corso. Se consideriamo gli ultimi tredici anni dal 2000 che è un periodo sufficientemente lungo per trarne conclusioni strutturali, l’economia americana – considerata da tutti una vera e propria macchina che fabbrica lavoro grazie alla sua flessibilità e capacità di innovare – ha creato poco più di cinque milioni di nuovi posti di lavoro: mai così pochi da quando esiste questa statistica. È vero che nel 2008 c’è stata una crisi devastante, ma nello stesso periodo il PIL è aumentato del 28%, la popolazione del 13 e l’occupazione solo di quattro punti. Gli stessi numeri valgono anche per i Paesi che non hanno conosciuto crisi: secondo l’ILO, nonostante il fatto che il PIL mondiale sia cresciuto del 60% negli ultimi quindici anni e la creazione di vaste classi medie in Cina o Brasile, il tasso di occupazione è rimasto lo stesso. Le conseguenze della crescita senza occupazione sono evidenti: sempre più bassa è la quota della ricchezza generata che va a remunerare il lavoro, sempre più forti sono le differenze tra quei pochi che si adattano al nuovo contesto e chi rimane fermo.

Cosa fare allora? Quali sono i lavori che sopravvivono? Come fa un governo a incoraggiare i processi che trasformano la minaccia in un’opportunità per tutti?

Di sicuro cambia radicalmente l’obiettivo delle politiche per il lavoro. Difendere ciò che esiste equivale a negare il problema, rendendo ancora più dolorosa la transizione quando saremo, e già lo siamo, con le spalle al muro. Conta rendere le persone molto più capaci di cambiare: per competenze, approccio al lavoro e alla vita. E incoraggiare le imprese a fare la stessa cosa, perché c’è un problema anche sul lato della loro propensione a innovare se il sistema è sempre più incapace di assumere i giovani.

Certamente è necessario – lo dicono i numeri sulla correlazione tra investimento in educazione e occupazione – investire molto di più e subito nella scuola. Sarà però necessario anche un cambiamento in ciò che la scuola insegna: ciò che conta – come dice l’esempio dei chirurghi e degli specialisti sostituiti dai robot che ne incorporino le procedure – è la capacità di aggiornare continuamente la propria conoscenza, adattarla al contesto e alla persona che si ha di fronte, battere la routine.

In settori a produttività stagnante come quello pubblico la mutazione sarà radicale: si svuoteranno gli uffici e gli sportelli; ma a produrre beni pubblici in settori non raggiunti dal mercato saranno chiamati molti più insegnanti, consulenti per giovani e anziani che vogliono trovare un’occupazione nuova, mediatori di crisi familiari, fisioterapisti e archeologi.

L’Italia ha poi una grande possibilità: tra i lavori che difficilmente verranno sostituiti ci sono quelli che hanno a che fare con l’arte,i beni culturali che sono solo parzialmente fruibili a distanza. Come è successo nel passato, la tecnologia libera risorse per poter far emergere nuovi, più sofisticati bisogni tra le classi medie dei Paesi emergenti.

È la creatività distribuita la chiave di accesso al futuro, un futuro che potrebbe essere, paradossalmente, simile ad un passato classico che proprio in Italia ha vissuto il proprio apogeo. Un leader, se c’è, dovrebbe capire che la vera riforma di cui abbiamo bisogno, è rovesciare l’inerzia, il pessimismo di tanti in un progetto che mobiliti le aspettative e le energie di tutti.

 

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