Significativamente Oltre

Il conflitto tra città e Stati per il governo del futuro

di Francesco Grillo su Il Corriere della Sera
 
Londra è, forse, oggi l’esempio più potente delle contraddizioni che si addensano attorno alla
crescita del ruolo delle città in un mondo che gli Stati Nazione non riescono più a governare.
Mentre scrivo dopo una serata tragica, il suo sindaco mussulmano, Sadiq Khan, ha dovuto difendere
non solo una metropoli ferita dall’attacco di giovani che possono aver frequentato la sua stessa
moschea, ma anche quell’idea di Occidente, come società aperta, che molti occidentali sembrano
abbandonare. Il suo scontro con Trump, dopo gli attentati, e con la May, dopo la Brexit, è la
rappresentazione della contrapposizione tra due visioni diverse di società, ma, anche, di due diverse
concezioni del potere. Per alcuni dei sindaci più coraggiosi sono le città del mondo che devono farsi
carico di affrontare i problemi di una globalizzazione che ci sta sfuggendo di mano.
Sono le città, indubbiamente, il luogo dove la modernità trova le sue rappresentazioni più potenti:
dal terrorismo cresciuto in periferie che si sono svuotate di scuole e riempite di playstation; fino alla
sofferenza di sistemi sanitari che faticano a trovare risposte a domande sempre più diversificate. Ma
è sempre nei centri urbani che queste contraddizioni vanno affrontate con sperimentazioni da
adattare ad ogni singolo territorio. Sono le città i luoghi che ospiteranno le innovazioni – da quelle
che trasformeranno la grande distribuzione per abbattere gli sprechi, fino a quelle che faranno di
ogni edificio un produttore di energia – che proiettano l’economia nella quarta rivoluzione
industriale, creando formidabili opportunità di crescita.
E, tuttavia, il futuro non sta succedendo con la velocità che la retorica delle “città intelligenti”
avrebbe fatto immaginare. L’urbanizzazione procede con passo impetuoso e, persino, violento nella
parte del mondo che continua a correre (quattro delle cinque metropoli più grandi del pianeta sono
in Cina). Mentre invece la quota di popolazione europea che vive nella Capitali è diminuita negli
ultimi dieci anni. Tutti, a partire dall’Unione Europea, dicono di voler superare geografie urbane
costruite attorno all’automobile privata alimentata con combustibili fossili. È, però, è ancora la
vecchia automobile che traina quel poco di ripresa che abbiamo: in Italia, nel 2016, era quella
dell’aumento delle nuove immatricolazioni, l’unica classifica economica nella quale eravamo al
primo posto nel mondo superando la stessa Cina.
Questa contraddizione dipende, in realtà, da un enorme problema cognitivo posto dalla rivoluzione
industriale che stiamo per vivere. Questa nuova ondata di progresso tecnologico ha, infatti, la
caratteristica di richiedere cambiamenti che nessuna organizzazione, da sola, può controllare.
Abbiamo bisogno di immaginare strade e piazze organizzate in maniera diversa (come successe
quando sostituimmo i cavalli con i motori a scoppio); di misurare gli effetti della trasformazione
sulla vita delle persone e di coinvolgere chi delle novità ha paura; di studiare cosa succede nel
rapporto tra intelligenze naturali e quelle artificiali perché è un aspetto decisivo e che nessuno, in
fondo, conosce. È per questo motivo che le città sono organismi più adatti degli Stati (nati, invece,
per garantire la stabilità di cui avevano bisogno processi produttivi basati sull’economia di scala) a
sperimentare e ad imparare da eventuali fallimenti. Sono le aggregazioni di capitale umano che,
naturalmente, diventano i nodi di flussi informativi che scavalcano i confini erodendo la ragione
stessa per la quale gli Stati moderni furono concepiti.
Il problema è che, però, solo gli Stati sono legittimati a regolare la globalizzazione ed è ciò che crea
le contraddizioni di cui sono prigioniere le organizzazioni internazionali.
Il conflitto latente tra un mondo nuovo ed il vecchio ordine globale è, però, sempre più chiaro: i
Sindaci di tutte le maggiori città americane hanno firmato dichiarazioni congiunte per investire
ancora di più sulle energie rinnovabili, mentre Trump confermava di voler portare gli Stati Uniti
fuori dagli accordi sul clima. Quelli di Londra, Parigi e Vienna agitano, ancora di più, la bandiera
dell’apertura, quanto più i Paesi di cui sono Capitale sembravano tentati dalla chiusura.
L’Italia ha nelle città – proprio per le caratteristiche di una società che ha trovato energia nella
competizione tra territori – una opportunità unica. Uno Stato intelligente deve, però, cambiare se
vuole evitare di essere tagliato, progressivamente, fuori dalla storia e incoraggiare la diversità per
farne un motore di innovazione.
Fu Italo Calvino, nei suoi dialoghi immaginari tra Marco Polo e Kublai Klan, a raccontarci che le
città sono il luogo nel quale ci riconosciamo perché vi troviamo una risposta alla domanda che ci
facciamo. Oggi la domanda più importante è per tutti come possiamo entrare in un futuro che ci sta
aspettando, evitando che il progresso si trasformi nel suo contrario.

 

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