Significativamente Oltre

PERCHE’ IL PARTITO DEMOCRATICO?

Enrico Neiretti

Tradurre un’idea, un’intuizione, una sensibilità in un progetto, è sempre impresa dura e faticosa, in cui occorre definire in modo ordinato le premesse, analizzare attentamente la situazione in cui si opera, stabilire una connessione logica tra parti ed elementi diversi; è necessario poi, una volta definito questo impianto, metterlo a confronto con gli strumenti di cui si dispone per trasformarlo in un’opera reale.
Un lavoro gravoso che coinvolge differenti abilità, interessa vari protagonisti, si snoda in tempi distinti.
Affrontare questo impegno in politica è compito ancora più difficile essendo, quello politico, un campo per sua natura plurale, in cui, anche nella condivisione di una sensibilità di fondo, si intrecciano mille differenti sue coniugazioni.

Penso perciò sia importante, ora che il tavolo di lavoro deve essere impostato, partire dalla prima fase del progetto, riflettendo sulle ragioni che sono alla sua base ed analizzando quali strumenti abbiamo a disposizione per svolgere il nostro lavoro.
Mi si dirà che questa fase propedeutica dovrebbe già essere superata, c’è da costruire il Partito democratico e urge definire le strategie!
Eppure io penso che, proprio per definire le strategie, occorra fare un passo indietro e chiedersi: “perché fare il Partito democratico?”
Credo che tutte le ragioni relative al riformismo forte, alla semplificazione del panorama politico, alla naturale convergenza “storica” dei partiti di centrosinistra, siano condizioni, come direbbe un manuale di matematica di scuola media, “necessarie ma non sufficienti”; la motivazione che si aggiunge a queste, e che le traduce nell’identikit del Partito democratico, va, secondo me, ricercata nella nostra società.

Si denuncia spesso l’ormai generale tendenza della politica a trasformarsi nell’espressione dei privilegi di un’oligarchia che ha perso il contatto con la realtà.
Parallelamente, il profilo pubblico dei cittadini diventa sempre più indefinito sino a dissolversi in una dimensione puramente privata, in cui le domande che la società pone alla politica si riducono alla tutela di interessi e privilegi.
E queste corrispondenti degenerazioni producono fatalmente i tarli dell’antipolitica e del populismo, due facce della stessa medaglia, che corrodono la nozione di convivenza civile e il concetto stesso di democrazia.
Una forza politica che ambisce, sin dal suo nome, a tutelare la democrazia, deve quindi necessariamente ristabilire il rapporto politica-società, invertendo i processi di involuzione oligarchica e populistica in atto, con la valorizzazione della dimensione sociale della cittadinanza e della partecipazione attiva.
E il ruolo delle associazioni e dei movimenti si esprime, a mio parere, proprio in questa direzione.
Trovare gli strumenti e gli argomenti per risvegliare il senso di cittadinanza laddove si è assopito, e soprattutto dare reali prospettive di partecipazione a quei cittadini che non si rassegnano alla degenerazione della democrazia, diventa il contributo determinante che un’associazione può portare all’ambizioso progetto di costruzione del Partito democratico.

Le spesso incaute riflessioni dei non addetti ai lavori, come il sottoscritto, che ahimé non sono neppure sostenute dal possesso di qualche nozione di scienza della politica, ma sono solo supportate da passione ed intimo sentire, hanno il vizio d’origine di essere visioni soggettive proiettate impudicamente in un ambito generale, che imporrebbe invece il massimo dell’oggettività.
Ma in questo caso specifico della stretta connessione Partito democratico – partecipazione, non sono certamente voci fuori dal coro.
Credo quindi che valga la pena seguire queste “ragioni del cuore”.
Se poi si tratterà di un’illusione e non si riuscirà a fare emergere una massiccia domanda di partecipazione alla politica, vorrà dire che avremo peccato di generosità.
Sarà in quel caso una sconfitta politica, perché in politica vincono i numeri, ma comunque una vittoria della democrazia.

 

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