Significativamente Oltre

RIFLESSIONI DEMOCRATICHE

di Enzo Tripaldi
partito_democratico_simbolo1Out Veltroni ecco il suo vice, via libera a Dario Franceschini dall’assemblea plenaria del PD, ancora una volta chiamata a ratificare decisioni già prese e soprattutto poco numerosa vista la gravità del momento.

Un PD che soffre, traballa, infila sconfitte elettorali, stretto fra la morsa dei valori di Di Pietro, temi etici e l’avanzata interessante dell’UDC.

Una classe dirigente che aveva chiamato alla testa del partito Veltroni, considerato l’unico in grado di arginare l’avanzata del centrodestra. Sino al punto di organizzare primarie dall’esito scontato (come non ricordare l’invito a non correre a Bersani). Salvo pochi mesi dopo dimenticarsene.
Una classe dirigente che ha mal digerito una sconfitta (prevedibile) alle elezioni politiche quasi che il segretario avesse una bacchetta magica che gli permettesse di cambiare la realtà nei desideri.
Quasi che l’umore del Paese fosse mutato per una congiunzione astrale, rispetto alla quale anche il PD non avesse responsabilità.

Una classe dirigente che si è – chi più chi meno – chiamata fuori da ogni elezione persa, un segretario che con il passare del tempo ha smarrito la sua capacità di guida politica.

Nulla di irrimediabile, può succedere, ma nelle analisi sin qui mancano alcuni passaggi di riflessione.
Inclusivo, troppo inclusivo questo PD. E’ mancata la definizione di un profilo identitario cui ha fatto seguito una inclusività spinta, ma esclusivamente annunciata e quindi declinata sempre a livello di massimi sistemi, di approcci generali, conditi da qualche luogo comune.
Una inclusività che ha poggiato solo sul connubio DS – DL lasciando fuori quello che storicamente c’era fra queste due forze politiche.

Si è stretta un’alleanza strategica (e non politica) con IdV, poteva starci intendiamoci, non recisa però colpevolmente quando Di Pietro ha cominciato a lavorare più come antagonista che come alleato (vedi il famoso gruppo unico non realizzato).

La vocazione maggioritaria che perde di credibilità con l’assenso allo sbarramento al 4 % alle Europee, sintomo più di una debolezza che di un partito che fa leva sulle sue proposte, ovvero di una azione volta a ribadire il suo “peso maggioritario” dalla alchimie delle leggi elettorali
Ancora la logica del supermarket, laddove ognuno può trovare il prodotto che più gli aggrada, che induce a discutere senza scendere mai nel pratico, nello specifico, con il risultato che quando la realtà ti costringe a farlo, sei alquanto impreparato ed il PD ripropone in piccola scala tutte le criticità dell’Unione (scaramucce, distinguo, fughe in vanti, ecc.).

In piena bufera economico – finanziaria con una coperta troppo corta, sarebbe forse stato il caso di “stoppare” la riforma federale, o quantomeno di congelarla, anche a costo di perdere le simpatie di qualche esponente nordista e di lavorare per favorire il dimagrimento dello Stato, perché quindi non rilanciare il tema del contenimento dei cosiddetti costi della politica?

Un partito ossessionato dal timore di una leadership forte, indiscussa, quasi che Tony Blair condizionasse la sua azione politica rispetto agli umori di caminetti e cabine di regia. A riprova di ciò l’incredibile richiesta a Franceschini di non proporsi come nuovo possibile segretrario, dopo la sua reggenza. Allucinante.

Come occorrerà continuare è giusto che lo decida il popolo del PD, attivisti e simpatizzanti, semplici elettori, oggi considerazioni sulla guida e su un nuovo percorso che porti a definirla appaiono, vista la tornata elettorale di giugno, non proprio opportune.

Metà ottobre potrà essere tardi o meno, dipende da come ci si arriverà, con quali regole, con quali propositi e con quali obiettivi.

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