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POLITICHE ENERGETICHE: OLTRE LE BUONE INTENZIONI

di Enzo Tripaldi

Il nostro Paese è sempre stato fra i più accesi sostenitori del protocollo di Kyoto. Il nostro Paese è tuttavia quello che in concreto ha mostrato irrilevanti progressi in materia di emissioni di CO2.

Contraddizioni italiche. Le medesime contraddizioni che si registrano nelle azioni da mettere in campo per fronteggiare l’aumento preoccupante del prezzo del petrolio e della conseguente bolletta energetica, dell’efficientamento del nostro sistema di distribuzione e produzione dell’energia.

Si susseguono proposte, richieste, buone intenzioni ma in realtà siamo troppo distanti dagli altri paesi più sviluppati.
La nostra è ormai divenuta una società energivora, il che di per sé non significa molto, dato che nella storia tutti i sistemi che hanno cercato di assicurare benessere e sviluppo lo hanno dovuto fare senza badare troppo ai costi energetici (vedi anche le tigri asiatiche).

Si pone tuttavia oggi una duplice sfida quella dell’efficienza e della diversificazione, laddove per la prima occorre ottenere, a costi invariati, di più, in considerazione del fatto che le società evolute ben difficilmente sarebbero disposte (senza considerare le esigenze del comparto produttivo) a rinunciare al loro tenore di vita.

In linea generale tuttavia è bene non eludere una serie d’ostacoli che ancora si frappongono all’impostazione di un processo che viri verso una maggiore efficienza e diversificazione.

Sul tema in Italia ci sarebbe bisogno di una vera “offensiva culturale”, sarebbe ipocrita non ammettere che a fronte di una sensibilità poco sviluppata delle classi dirigenti si associa quella della maggioranza dei nostri connazionali, che ancora spesso perseverano in comportamenti troppo disinvolti.

Un po’ quello che si registra con le percentuali della raccolta differenziata, ai soliti buoni propositi non seguono sempre comportamenti virtuosi da parte degli utenti. Basta farsi un giro sui cassonetti della “spazzatura tal quale” per verificare quante materie prime secondarie vengono non avviate, mediante i conferimenti differenziati, al riciclo.

L’offensiva dovrebbe porsi obiettivi pratici: convincere i cittadini a monitorare la temperatura all’interno delle abitazioni, spingerli a preferire le modalità collettive di trasporto rispetto all’auto spesso occupata dal solo conducente, evitare sprechi d’acqua, corrente elettrica (perché ci sono insegne ancora accese all’una di notte?), anche mediante un sistema combinato d’incentivi / disincentivi. Si potrebbe continuare, resta il problema di diffondere una sensibilità che oggi pare essere patrimonio di poche élite.

Vi è poi l’ostacolo economico. Occorrono ingenti investimenti, sia infrastrutturali sia in incentivi, (questi in una prima fase) e si sa come in Italia, con buona pace dei tesoretti, le risorse finanziare sono spesso una montagna troppo alta da scalare per i buoni propositi. Oltretutto andrebbe definito un grande piano energetico moderno e ben coordinato, onde evitare opere ed iniziative poco utili e ridondanti.

Dal che si può passare al terzo ostacolo direttamente collegato ad importanti investimenti. Qui balza subito all’attenzione l’esempio dei rigassificatori.

Esiste, non senza qualche ragione, una diffusa diffidenza delle popolazioni verso la realizzazione di infrastrutture medio / grandi.

Questo, a nostro giudizio, è proprio il vincolo maggiore, cui tuttavia non è possibile operare dall’alto “motu proprio”. Molte vicende hanno dimostrato fallimentare questa strategia.

La diffidenza popolare d’altra parte è legata a comportamenti non sempre virtuosi della P. A. nella realizzazione di grandi infrastrutture, che hanno visto in passato concretizzarsi impatti ambientali e sociali maggiori di quelli promessi nelle fasi di progettazione, che non sempre hanno tenuto conto della salubrità dei territori e delle bellezze naturali.

L’Italia tuttavia è una sorta d’area protetta e di un museo a cielo aperto, ma anche la valorizzazione di questo patrimonio deve passare da interventi infrastrutturali, occorre essere bravi a privilegiare in un ottica costi – benefici quelli utili, funzionali, ben dimensionati e che considerino fra i costi anche quelli ambientali.

Tenuto conto di questa situazione non sarebbe inopportuno prevedere ex lege nei gruppi di progettazione un professionista espressamente nominato dai cittadini, comitati, ecc.

Ci sembra che se non si parte da questo, si continuerà oltre che a marciare a scartamento ridotto (e perdere ulteriore terreno nella competizione planetaria) anche ad operare con iniziative episodiche e mal collegate.

Sul piano del fare si potrebbe iniziare (a costi molto contenuti) a diffondere più capillarmente le tecniche del telelavoro, a patto tuttavia di superare una vetusta logica in base alla quale è fondamentale essere presenti e visibili, sempre e comunque, invece di lavorare per obiettivi.

Meno spostamenti equivalgono a meno code, meno incidenti e soprattutto meno consumi di carburante, oltre che di emissioni. Spesso, soprattutto i giovani maggiormente scolarizzati, riconoscono che potrebbero lavorare tranquillamente da casa.

Sulla mobilità oggi è poco realistico abbattere quella che è l’utilità del mezzo privato che assicura la massima penetrazione nelle città e sul territorio e garantisce piena flessibilità d’orari. Su questo servirebbe un’azione (tuttavia costosa) sulle tratte ferrate (in passato abbandonate), sull’efficienza dei servizi, sui collegamenti intermodali.

Per la mobilità urbana e paraurbana si dovrebbe fare maggiore ricorso alle tecniche della cosiddetta finanza di progetto (project financing), laddove la redditività della gestione garantirebbe il rientro dei capitali investiti per la realizzazione o l’ammodernamento.

Sul fronte del riscaldamento domestico e della dispersione di calore operare con consistenti aiuti, magari con un accordo con gli istituti di credito (una sorta di mutui energia), mentre per il raffreddamento, i sempre più diffusi condizionatori, si dovrebbe favorire il passaggio a sistemi quanto meno condominiali, una centralizzazione come per gli impianti di riscaldamento.

Sembrerà poi banale ma alcuni studiosi hanno evidenziato come lo sviluppo di aree verdi in zone fortemente urbanizzate incide, seppur di poco, sul risparmio da condizionamento domestico.

Senza arretrare sulla normativa, per i nuovi edifici, volta al risparmio energetico.

Per le fonti non convenzionali, rispetto alle quali oggettivamente ci sono dei progressi, c’è ancora spazio per un impulso del fotovoltaico e dell’utilizzo delle biomasse in ambito rurale, derivanti da residui agricoli (anche reflui) e forestali, purché disponibili entro un breve raggio (20/25 Km), altrimenti i costi di spostamento vanificherebbero il tutto.

Sull’utilizzo dei biocarburanti l’attualità mostra come vada utilizzato con acume, giacché in alcuni paesi ha “stressato” i costi dei “prodotti food” con conseguenze pericolose.

Una piccola rivoluzione per il pagamento delle utenze. A parità di consumo di un single e di una famiglia di quattro persone, appare naturale che i secondi paghino meno, se non altro per invogliare il primo a comportamenti più virtuosi.

Il quadro non è, e neanche voleva essere esaustivo, si potrà obiettare che di questo se ne parla da tempo ma, appunto, se ne parla.

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