Significativamente Oltre

MA CI SEI O CI CE FAI

di Fernando Cancedda

“Ma ce sei o ce fai”? verrebbe da chiedere, alla romana, a più di un politico intervistato (si fa per dire) in tv, durante il quotidiano rosario di battute polemiche meglio definito come “panino”. Ma sì, è chiaro che “ce fanno”. A dir la verità, un po’ tutti, anche se nella corsa a chi la dice più grossa il campione assoluto resta sempre lui, Silvio Berlusconi. I giornalisti lo sanno e fanno di tutto per stuzzicarlo.

A chi poteva dare la colpa per la mancata visita a Trastevere del presidente americano? “E’ una cosa che mi addolora e la colpa è di questa sinistra antiamericana”. Insomma, responsabili di questo cambio di programma deciso all’ultimo momento dai servizi di sicurezza sarebbero i soliti Giordano e Diliberto, leaders di partiti al governo che manifestano contro la politica americana. “E’ una cosa inaccettabile, mi vergogno, torna l’Italietta”.

Sull’opportunità di quella manifestazione si può, e probabilmente si deve discutere, ma attribuire ad essa la mancata visita di Bush ai locali trasteverini della Comunità di Sant’Egidio a me pare francamente ridicolo. Abbiamo letto che a provocare quella decisione sarebbero state una simulazione al computer e un sopralluogo della CIA e dell’FBI a Trastevere (“Repubblica” del 9 giugno). Ma non ce n’era bisogno. Chiunque avesse assistito ai velocissimi passaggi del corteo presidenziale americano, non solo a Roma ma anche a Washington (a me è capitato) e avesse dato un’occhiata alle stradine vetuste del più popolare quartiere di Roma sarebbe rapidamente giunto alla medesima conclusione.

Allora perché Berlusconi “ce fa”? Semplice. Sa che nessuno riesce a “vendere ombrelli” meglio di lui. E soprattutto sa che ben difficilmente il giornalista che lo intervistava lo avrebbe smentito con la notizia delle difficoltà logistiche riscontrate dai servizi di sicurezza. Come è noto, nelle interviste dei telegiornali la replica è stata abolita da un pezzo.

“Ma ce sei o ce fai?”, veniva da chiedere anche a Piero Fassino quando, a “Ballarò”, ha provato a dare una spiegazione per la proposta di nomina a consigliere della Corte dei Conti al comandante della Guardia di Finanza, generale Speciale. Nel dibattito pubblico al Senato, non c’era stato oratore del centro destra che non avesse “inzuppato il pane” nella contraddizione tra quella proposta di nomina e le gravissime accuse formulate dal ministro dell’economia Padoa Schioppa all’indirizzo del generale. “E’ prassi che gli alti ufficiali e funzionari e magistrati concludano la carriera alla Corte dei Conti o al Consiglio di Stato”, ha detto Fassino.

Del resto, che altro poteva dire. L’Italia non è ancora un paese “normale”, come direbbe D’Alema. Si possono licenziare in tronco i giovani lavoratori precari o gli anziani in esubero, ma a chi è riuscito a salire ai vertici del potere statale – tanto più se avesse avuto a che fare con intercettatori e spie e segreti di stato – anche se fosse ritenuto colpevole di nefandezze, una poltrona o una sinecura o una superliquidazione non si può certo negare. Questa è la prassi, ci ha ricordato Fassino. Il quale, come venditore di ombrelli, non è mai stato un gran che. E nessuno ha applaudito.

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