Significativamente Oltre

INTERVISTA ALL’ ON. FALOMI

Intervista all’ononorevole Antonello Falomi (Rif. Comunista Sinistra europea)

di Salvatore Viglia

Sul Partito Democratico, le risposte dell’on. Falomi esponente di spicco di Rifondazione comunista Sinistra europea membro della XIV Commissione Politiche dell’Unione Europea.

Che cosa è il Partito Democratico?

Questo bisognerebbe chiederlo a quelli che lo vogliono fare.

Lei è un soggetto a rischio. Potrebbe rischiare, per esempio, di avere la stessa evoluzione-involuzione dei suoi ex compagni, ex comunisti che si sono appena imparentati con la DC di una volta.

Da quello che si è visto, la questione potrebbe trovare una spiegazione nel tentativo di mettere in piedi una forza politica consistente che arrivi almeno al 30% dell’elettorato. Però, francamente, un partito non nasce per raggiungere un obiettivo di consenso. Nasce perché esprime degli interessi, delle esigenze, un suo progetto di cambiamento e così via. Non nasce per un numero astratto di una percentuale.

Ma il consenso elettorale, oggi più che mai, non crede sia quasi l’unico obiettivo dei partiti?

Certo, in democrazia il consenso è importante. Ma è anche importante capire in nome di che cosa lo si voglia conquistare. Quest’ultimo aspetto, dal congresso DS appena conclusosi, non emerge in modo chiaro. Francamente, non riesco ancora a trovare argomenti convincenti che possano spiegare per quale motivo, un partito come i DS da un lato e la Margherita dall’altro, si mettano insieme.

Se ho capito bene, lei contesta il fatto che il Partito Democratico non avrebbe un progetto iniziale sul quale fare leva per poi approdare ad un numero. In realtà comincerebbe la sua formazione partendo dalla fine?

Sì, esatto. Per ora, appunto, le spiegazioni che sono state sentite sono queste… C’è poca attenzione ai problemi della società italiana in un mondo globalizzato ed alle risposte che a questi problemi bisogna dare ed in che modo, quell’aggregato, darà le risposte. A me sembra una operazione di carattere puramente elettorale e di consenso.

Ma gli uomini di sinistra che vanno ad imparentarsi con la Margherita, sono ancora uomini di sinistra oppure no?

E’ una delle ragioni per cui tre anni fa sono andato via dai DS dopo oltre 40 anni di militanza prima col PCI, poi con il PDS. Penso che, in realtà, già esiste una cultura politica comune tra il gruppo dirigente dei DS e quello della Margherita. Un cultura politica che è una cultura, sostanzialmente impegnata, semplificando un po’, a perseguire una linea che serva a ridurre il danno rispetto allo sviluppo ed alla globalizzazione. Si cercano di contenere i danni ma non di mettere in discussione i paradigmi di fondo di questa globalizzazione. In verità, questa cultura esiste già da tempo. Gli unici punti seri che permangono, sono le questioni della laicità dello Stato; le questioni eticamente sensibili, dove lì, ancora pesa enormemente il percorso, la storia che i due partiti hanno alle spalle.

Se fosse un conflitto tra ideologie, sarebbe impossibile questo sodalizio.

Però, su questi temi che ho appena citato, sulla laicità dello Stato, il conflitto è abbastanza consistente. C’è l’idea comunque, di mettere insieme un aggregato dove c’è tutto ed il contrario di tutto. Anche l’esempio del Partito democratico americano, è l’esempio di una forza dove c’è tutto ed il contrario di tutto, dove si parte da posizioni che, addirittura, sconfinano nelle posizioni di destra reazionaria sino alle posizioni di estreme sinistra. Però, intanto, quello, è un meccanismo legato ad un particolare istituzionale e cioè un sistema istituzionale presidenziale. E poi, la verità vera è che, in questi tipi di formazioni fatte in questo modo, l’egemonia reale finisce per averla la componente più moderata. Cioè quella che, alla fine, poi domina e governa il paese. Non mi pare, per la sinistra, una grande prospettiva.

Quali delle due componenti, Ds e Margherita, ha da perdere di più dalla fusione nel Partito Democratico?

Secondo me, i DS, hanno molto, molto da perdere. E’ un vero e proprio strappo forte nella storia che essi hanno alle spalle, nell’insediamento sociale, negli interessi, nei valori che, comunque, la sinistra ha rappresentato nel nostro paese.

Secondo lei, Piero Fassino è ancora un uomo di sinistra?

Fassino, diciamo così, è un, come si potrebbe definire? Un liberal-sociale. Di quelli che pensano che, tutto sommato, l’assetto della società va bene così com’è e che si tratterebbe solo di temperare, di smussare, le punte più aspre che lo sviluppo economico sociale attuale, determina. E’ l’espressione anche di una parte della sinistra europea che, però, io vedo molto in crisi. La sinistra europea che la pensa come Fassino, è la sinistra di Schroeder che non è più al governo, della sinistra di Blair. Una sinistra abbastanza ammaccata, una sinistra che ha fatto anche il suo tempo. Era la sinistra che si era illusa che fosse possibile governare i processi di globalizzazione e tutte le ingiustizie, le disuguaglianze ed i conflitti da questa conseguenti, senza cambiarne, sostanzialmente, la direzione di marcia. Questa linea qui, è una linea che io personalmente vedo molto in crisi.

I DS perderanno propri pezzi per strada, Mussi, si è già fermato ed Angius forse seguirà a ruota, ciò avvantaggerà un ricompattamento a sinistra?

Sicuramente i DS perderanno pezzi significativi dei loro gruppi dirigenti ed io aggiungo anche dell’elettorato. Il problema è che la sinistra, nella sua attuale configurazione, è una sinistra ancora troppo divisa e troppo frammentata in diverse formazioni politiche. Quindi, penso ed auspico che questo processo che si mette in moto attorno alla sinistra, riporti ad una ricomposizione, ad una formazione di questo insieme di forze che potrebbero avere un peso importante nella politica italiana.

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