Significativamente Oltre

BLAIR E LA BELVA SELVAGGIA

di Fernando Cancedda

Dal “Manchester Guardian” il commento più appropriato: “Il sermone è giusto ma è sbagliato il predicatore”. Il sermone è quello pronunciato martedì 12 giugno dal primo ministro britannico Tony Blair al Reuters Building di Londra sul tema: “Stampa e politica”. (Il quotidiano “la Repubblica” lo ha pubblicato integralmente il giorno dopo col titolo “La stampa è una belva selvaggia”).

Blair dice subito di non prendersela con la stampa ma “con il modo col quale si parla di politica”. Costretti da una concorrenza sempre più serrata, i giornali hanno posto il sensazionalismo al di sopra di tutto fino a stravolgere la realtà. Una critica, osservo io, tutt’altro che nuova, anche se – come dice Blair – raramente è manifestata dai leaders politici, per lo più obbiettivamente complici di questo stato di cose. “Gli scandali e i contrasti di opinione – spiega – sbaragliano i normali reportage, le notizie di rado sono notizie, a meno che non provochino scalpore e attirino i riflettori”. E poiché i cattivi comportamenti hanno molto impatto sul pubblico, ecco che i media odierni “sono come una belva selvaggia, che fa a brandelli le persone e la loro reputazione”.

Insomma, secondo Blair, anche la tanto celebrata virtù del giornalismo anglosassone, prima la notizia poi il commento, è un ricordo d’altri tempi. Il commento vale quanto la notizia, se non di più. “Nelle interpretazioni ciò che conta non è tanto quello che i politici volevano dire, bensì ciò che hanno detto può significare, anche quando è abbastanza evidente che si tratta di un’interpretazione errata”:

Ma da che pulpito viene la predica, rispondono in coro i quotidiani britannici, dal “Financial Times” al “Guardian”, dal “Telegraph” al “Times”, dal “Sun” al “Mail” e agli altri tabloid popolari. E’ stato proprio Blair – accusano – a guidare una campagna sistematica di manipolazione politica dei media. Lo stesso primo ministro aveva ammesso nel suo discorso di avere avuto qualche responsabilità in questo senso. Ma se “il predicatore è sbagliato”, il sermone è giusto. Il problema è come uscire da quello che è considerato un fenomeno globale.

Secondo Blair non è vero che un’inversione di tendenza farebbe crollare le vendite. “Vi è un mercato per per chi fornisce notizie serie ed equilibrate. Vi è un desiderio di imparzialità…i media possono scegliere di fare ciò, invece che vederselo imporre dal governo”. Alternativa, quest’ultima, che potrebbe destare qualche preoccupazione, se a dissolverla non avesse provveduto lo stesso premier uscente escludendo intenzioni al riguardo.

Quel che è certo – ripeto ora una mia opinione qui espressa altre volte – è che i media non lo faranno finché il pubblico dei lettori, contraddicendosi, continuerà a dimostrare contemporaneamente ricerca del sensazionalismo e sfiducia nei giornalisti che lo praticano. A meno che la dignità e l’autodisciplina di chi intende l’informazione come servizio pubblico e non soltanto come merce abbiano finalmente la meglio sulle tendenze involutive del mercato. Ma è un’ipotesi su cui è difficile contare se perfino Bill Emmott, ex direttore del settimanale “The economist”, intervistato dichiara: “solo i lettori, ossia il mercato, possono decidere come devono essere fatti i giornali ed eventualmente punire l’ondata di sensazionalismo, premiando il giornalismo informato, serio, obbiettivo”. Pensa che questo succederà? domanda l’intervistatore. “No, purtroppo penso che non succederà” è la risposta. Quando i media che formano l’opinione pubblica inseguono solo i gusti del pubblico, la sua è una facile previsione. Ma questo è il mercato, bellezza.

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